Mamie e la Madonna di Lourdes
Sarebbe necessario dedicare un numero monografico estesissimo per parlare dei rapporti di Mamie con la Vergine Santissima, che ella chiamava sempre “Nostra Madre”. Io mi limiterò a fare alcune osservazioni sul rapporto mantenuto da Mamie con la Vergine sotto il titolo di Nostra Signora di Lourdes.
Dire Lourdes è come dire guarigione di Mamie nella piscina. Dire Lourdes è parlare di una storia di generosità che parte dalla Vergine Santissima verso Mamie e da Mamie, come risposta, alla SS. Vergine.
Durante la lunga malattia di Mamie, sopportata con pazienza e con una capacità di soffrire poco comune, si generò in lei un cammino di avvicinamento a Dio attraverso la Santissima Vergine Maria. Questo cammino conobbe numerose tappe; venne percorso passo passo nella solitudine del cuore e nella solitudine fisica vissuta dopo l’operazione che la portò all’invalidità.
Mamie era amante delle cose belle fin da quando era bambina. Era incline a fare il bene, a sopportare i limiti e le miserie del prossimo. Era sempre disposta ad ascoltare, a consolare, a sostenere, ad animare... Tutto questo lo possedeva in un modo che potremmo definire connaturale.
Incontrarsi con nostra Madre e dirle un sì generoso fu tutt’uno.
Non saprei dire adesso quando e come si generò il suo desiderio di andare a Lourdes in pellegrinaggio. Ignoro se era la prima volta che ci andava, ma sentendosi già molto male e sapendo che sarebbe alla fine rimasta paralizzata, espresse a suo marito François Treuttens il desiderio di andare a Lourdes.
Suo marito la amava tenerissimamente. E per questa ragione qualsiasi suo desiderio, se era nelle sue possibilità, veniva soddisfatto immediatamente. Però, vedendo la situazione in cui si trovava, le espresse i suoi timori e le consigliò di andare con il treno della speranza, cioè con il treno dei malati. Così avrebbe avuto una maggiore assistenza per la sua malattia. Mamie si rifiutò assolutamente. Ella voleva andarci con le sue gambe. Ma ciò le era impossibile, perché allora già quasi non poteva camminare.
Ottenne, però, da suo marito il permesso di poter andare a Lourdes in treno, seduta fra lui e una figlia spirituale, chiamata Josephine Rossi, che per molti anni era stata la lattaia della famiglia. E così intrapresero il viaggio. Questo mezzo di trasporto fu per lei una vera tortura fisica: lo sballottamento del treno, le frenate, le fermate, tutto veniva risentito dal suo organismo, totalmente malato. Ma il suo sogno di visitare la Madonna di Lourdes per l’ultima volta era più forte della sofferenza.
Presero alloggio nell’Hotel de La Basilique. Appena ne ebbero l’opportunità andarono alla Grotta e alle piscine. Ed essa, fra cinque donne, venne messa in una delle vasche di quella che allora era la seconda piscina iniziando dalla più vicina alla Grotta.
Nell’entrare, secondo quanto mi raccontò ella stessa: “Rimasi come nelle nuvole”. Non si rese conto che la bagnarono, la tirarono fuori e la vestirono. Quando meno se lo aspettava si ritrovò in piedi fuori della piscina, con suo marito che le stava parlando, ma ella non udiva alcun suono. Le prime parole che sentì furono quelle di suo marito che le diceva in francese: “Ma Lulù, cosa ti è successo?”. Per cui ella avvicinò le mani alle gambe ed esclamò: “Oh, le mie gambe!”.In quel momento, le persone che avevano visto le condizioni in cui era entrata e le condizioni in cui era uscita dalla piscina, le si affollarono intorno dicendo. “Miracolo! Miracolo!”.
Ella si riempì di vergogna e, afferando suo marito e Josephine, corse verso la Grotta mescolandosi fra la gente.
Dopo la guarigione, Mamie promise di occuparsi dei malati per un mese ogni anno come ringraziamento, pagandolo di tasca propria.
Io conobbi delle religiose, Suor Bernadette e Suor Bernarda, care amiche sue, che ricordavano con estremo piacere i tempi passati insieme seguendo i malati in un lavoro di volontariato silenzioso ma efficiente. Mamie venne mandata in cucina, ma era poco capace. Alla fine trovarono il posto in cui poteva dare il meglio di sé: il suo cuore. La misero a ricevere i malati e a consolarli con il suo sorriso e con la sua parola.
Di D. Rafael Alonso Reymundo
©HM º122 Gennaio - Febbraio 2005







