Focolare della Madre

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Home Rivista Numeri antecedenti Nº 123 - Marzo/Aprile 2005 HM Rivista - Tommaso D'Aquino, giovane umile e indomito

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tomasTommaso D'Aquino, giovane umile e indomito

Tommaso d’Aquino, secondo quanto raccontano i biografi, era un giovane di alta statura e di forte costituzione. A prima vista un lottatore, come i suoi genitori e i fratelli. Si dice anche di lui che era un uomo amabile e gentile. Basta considerare che, pur essendo dotato di un’intelligenza molto al di sopra del comune, non era apprezzato dagli altri tanto per questo dono quanto piuttosto per la sua umiltà.

Conserviamo alcuni ricordi dei suoi compagni d’Università durante i suoi anni di studio a Colonia vita che trasudano discrezione, dolcezza e mansuetudine. Una volta, per burlarsi di lui che andava assorto nei suoi pensieri, gli vollero fare uno scherzo. Un compagno si sporse dalla finestra e gli disse: “Fra’ Tommaso, un bue che vola!”. Il giovane Tommaso, distrattosi, si avvicinò alla finestra strofinandosi gli occhi e guardò fissamente cercando di vedere il prodigio. Tutti gli studenti scoppiarono in una sonora risata, avendo la prova della semplicità di Tommaso. Ma lui replicò serenamente: “Non c’è ragione di ridere, perché io penso che sia più facile che un bue voli piuttosto che un religioso menta”.

Questa umiltà di fondo, che accattivava i cuori di grandi e piccoli, non gli risparmiò però l’incomprensione dei suoi familiari e le aspre discussioni di opposizione alla sua vocazione. Certamente San Tommaso non venne capito dai suoi parenti più stretti. Agli inizi del 1244 (Tommaso aveva 19 anni), un anno prima della morte di suo padre, chiese l’ammissione in convento al Priore dei Domenicani di Napoli. Lo fece senza consultare la sua famiglia, prevedendo l’ostilità con cui avrebbero accolto una simile decisione.

Venutane a conoscenza, sua madre, la duchessa d’Aquino, effettivamente non volle accettare in alcun modo che il suo illustre figlio entrasse a far parte di un ordine mendicante. La nobile signora non si limitò a conside-razioni verbali: ordinò ai suoi figli di prendere con la forza il giovane Tommaso e di portarlo alla sua presenza. Lo trovarono in viaggio verso Roma, dove i frati lo stavano conducendo per metterlo in salvo dalle insidie della duchessa. Di sorpresa si lanciarono contro Tommaso come leoni, cercando di strappargli l’abito ad ogni costo. Ma egli lo afferrò così saldamente che fu impossibile toglierglielo. Alla fine riuscirono comunque a sequestrarlo e a condurlo davanti a sua madre, che letteralmente lo rinchiuse in una fortezza di proprietà degli Aquino. Lì, per un anno e mezzo, soffrì ogni sorta di tentativi di tentazioni (immorali!) contro la sua vocazione. Finalmente si liberò dall’assedio della sua famiglia calandosi da una finestra della fortezza, forse con l’aiuto delle sorelle. Tommaso uscì da questa prova molto fortificato nella sua virtù e nella sua vocazione.

Anche la dottrina del Santo venne affinata dalla questa esperienza. San Tommaso non ebbe dubbi nell’affermare “che per questo aspetto (della vocazione) non si consultino né parenti né familiari, perché in questo non sono amici ma nemici, secondo quanto ci insegna il nostro Salvatore: “E i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa” (Mt 10, 36)” (Contra retr. a relig., c. IX).

Della stessa opinione era Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, che all’età di 72 anni e già affetto dalla malattia che lo avrebbe portato alla morte, scrisse nella sua “Pratica dell’amore a Gesù Cristo”: “Se un giovane è chiamato alla vita religiosa e i suoi genitori gli si oppongono, è obbligato ad obbedire a Dio e non ai suoi genitori, i quali per i loro interessi si oppongono al bene spirituale dei figli. E preferiscono che i loro figli si condannino per tutta l’eternità – come scrive San Bernardo - piuttosto che lascino la casa per sequire la chiamata del Signore. È cosa che spaventa vedere certe madri e certi padri che, nonostante siano molto timorosi di Dio, accecati dalla passione, siano così contrari alla vocazione del figlio (che vuole diventare religioso) al punto di inventare mille artifici per ostacolarlo. Questo modo di agire, se non in casi rarissimi, non può che considerarsi peccato mortale”. E citando San Tommaso dice: “E se per obbedire alla chiamata di Dio ad uno stato di maggiore perfezione i figli non sono obbligati a chiedere consiglio ai loro genitori, ancor meno lo sono a chiedere il loro consenso o ad ottenere il loro permesso, soprattutto quando ci sono fondati dubbi sul loro diniego alla richiesta o sul porre loro ostacoli alla vocazione. San Tommaso d’Aquino, San Pietro d’Alcantara, San Francesco Saverio, San Luigi Beltrame e molti altri entrarono nella vita religiosa senza il conoscimento dei loro genitori”.

Solo l’autorità dei Santi e dei Dottori della Chiesa può parlare con questa forza. Grazie a Dio ci sono anche famiglie che danno con piacere (nonostante il dolore della separazione) il consenso ai loro figli che desiderano seguire la loro vocazione. Però coloro che hanno una famiglia che non capisce né difende la loro vocazione, hanno bisogno di vedere in questi Santi dei fratelli maggiori che li comprendano, li difendano e addolciscano un po’ la prova con la loro luce. “Senza dubbio, Tommaso possedette al massimo grado il coraggio della verità, la libertà di spirito nell’affrontare i nuovi problemi, l’onestà intellettuale di chi non ammette la contaminazione del Cristianesimo”. (Paolo VI, “Lumen Ecclesiae”, cap. 8).

Per essere un buon ministro della sapienza sono necessarie quattro qualità: innocenza, sapienza, zelo e obbedienza (San Tommaso d’Aquino).

S.lla Isabel Cuesta, S.H.M.


©HM º122 Marzo - Aprile 2005