Focolare della Madre

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri
Home Rivista Numeri antecedenti Nº 126 - Settembre/Ottobre 2005 HM Rivista - Il lottatore e colui che soffre

Banner

luchadorIl lottatore e colui che soffre

All’entrata della Basilica di San Pietro, il Papa Pio IX collocò nel secolo scorso due impressionanti figure degli Apostoli Pietro e Paolo, entrambi facilmente riconoscibili per i loro attributi: le chiavi nelle mani di Pietro, la spada nelle mani di Paolo. Chi, senza conoscere la storia del cristianesimo, contempla la vigorosa immagine dell’Apostolo dei Gentili, potrebbe giungere a pensare che si tratta di un grande generale, di un guerriero, che con la spada ha costruito la storia e sottomesso i popoli. In questo modo sarebbe uno dei molti che si sono guadagnati fama e ricchezza a costo del sangue altrui. Il cristiano sa che la spada che si trova nelle mani di quest’uomo ha il significato contrario: è lo strumento con cui egli venne giustiziato. Come cittadino romano qual era, non poteva essere crocifisso come Pietro, e quindi morì di spada. Ma anche se questa passava per essere una forma nobile di essere giustiziato, Paolo appartiene, all’interno della storia universale, alle vittime della violenza e non al novero dei suoi autori.

Chi si addentra nelle lettere di Paolo per trovare in esse qualcosa di simile ad una biografia nascosta dell’Apostolo, immediatamente si renderà conto che con l’attributo della spada, lo strumento della passione, non si dice semplicemente qualcosa sugli ultimi istanti della vita di San Paolo. La spada può essere perfettamente un attributo della sua vita: “Ho combattuto la buona battaglia”, dice prima della morte a Timoteo, il suo discepolo prediletto, guardando retrospettivamente al cammino della sua vita (2 Tim 4,7). Secondo tali parole, Paolo viene descritto come lottatore, come uomo d’azione, persino con una natura violenta. Uno sguardo superficiale alla sua vita sembrerebbe darvi ragione: in quattro grandi viaggi percorse una parte significativa del mondo allora conosciuto, e in questo modo diventò realmente il maestro dei popoli, che portò il Vangelo di Gesù Cristo “fino ai confini della terra”. Con le sue lettere mantenne unite le comunità che aveva fondato, ne promosse l’organizzazione e ne consolidò la stabilità. Affrontò con veemenza i suoi avversari, che non gli mancavano di certo. Utilizzava tutti i mezzi possibili a sua portata per compiere, il più efficacemente possibile, il “dovere” della predicazione che gli incombeva (1 Cor 9,16). Così viene continuamente presentato come il grande attivista, come il patrono degli inventori di nuove strategie per la cura delle anime e per la missione.

Tutto questo non è erroneo, ma non è la totalità di Paolo. Infatti, chi lo vede solo così, lascia da parte la particolarità della sua figura. In primo luogo, dobbiamo avere coscienza del fatto che la lotta di San Paolo non fu la lotta di un arrivista, di un uomo di potere, e neanche quella di un signore o un conquistatore. Fu lotta nel modo descritto da Teresa d’Avila. Ella chiarisce le sue parole “Dio vuole bene ed ama le anime che si sforzano” con la seguente frase: “La prima cosa che il Signore opera nei suoi amici, quando questi si indeboliscono, è di concedere loro coraggio e togliere loro il timore delle sofferenze”. In questo contesto mi viene in mente un’osservazione, certamente unilaterale e persino un po’ ingiusta, di Teodoro Haecker, ma che in ogni caso può aiutarci a comprendere di che cosa si tratta qui, scritta durante la guerra nei suoi “Diari e notturnuari”. La frase cui mi riferisco dice così: “A volte mi sembra che nel Vaticano ci si sia dimenticati completamente che Pietro non fu solo vescovo di Roma ma anche martire”. La lotta di San Paolo fu, sin dal principio, la lotta di un martire. Detto più esattamente: al principio del suo cammino era nel novero dei persecutori ed aveva perseguitato con violenza i cristiani. A partire dal momento della sua conversione passò a Cristo Crocifisso e scelse il cammino di Gesù Cristo. Non era un diplomatico: là dove realizzò sforzi diplomatici ebbe poco successo. Era un uomo che non aveva altra arma che il messaggio di Gesù Cristo e la dedizione della propria vita a tale messaggio.

Già nella lettera ai Filippesi (2,17) parla dello spargimento della sua sangue come libagione; alla fine della sua vita, nelle sue ultime parole a Timoteo (4,6), ripete una volta di più questa formulazione. Paolo fu una persona disposta a lasciarsi ferire, e questa era la sua vera forza. Non usò riguardi verso se stesso, non cercò di mantenersi al margine di dispiaceri e contrarietà, e neanche di procurarsi una vita gradevole.

Ciò che avvenne fu proprio il contrario. Proprio il fatto di esporsi, di non usarsi riguardi, di accettare i colpi e di consumarsi per il Vangelo, lo rese degno di fede ed edificò la Chiesa: “Per conto mio prodigherò volentieri, anzi consumerò me stesso per le vostre anime”. Queste parole della seconda lettera ai Corinzi (12,15) mettono in luce l’essenza più intima di quest’uomo. Paolo non era dell’opinione che evitare dispiaceri fosse il compito principale della pastorale, e non pensava che un Apostolo dovesse avere innanzitutto buona stampa. No, egli voleva scuotere, svegliare dal sonno della coscienza, anche a costo della vita. Dalle sue lettere sappiamo che era tutt’altro che un buon oratore. Questa mancanza di talento oratorio era in comune con Mosè e con Geremia, che si difesero di fronte a Dio portando la giustificazione che erano totalmente inadatti per la missione prevista per la loro mancanza di doti oratorie. “La sua presenza fisica (di Paolo) è debole e la parola dimessa” (2 Cor 10,10), dicevano di lui i suoi avversari. Riguardo all’inizio della sua missione in Galazia, egli stesso racconta: “Sapete che fu a causa di una malattia del corpo che vi annunziai la prima volta il Vangelo” (Gal 4,13). Paolo non agì con una retorica brillante né mediante strategie raffinate, ma dedicandosi ed esponendosi a favore del suo messaggio. Anche oggi la Chiesa potrà convincere gli uomini solo nella misura in cui i suoi evangelizzatori siano disposti a lasciarsi ferire. Dove manca la disposizione a soffrire, manca la prova essenziale della Verità da cui dipende la Chiesa. La sua lotta può solo e sempre continuare ad essere lotta di coloro che lasciano che sia sparso il proprio sangue: la lotta dei martiri.

Alla spada messa nelle mani di San Paolo possiamo inoltre attribuire, senza alcun dubbio, un altro significato oltre a quello di strumento di martirio: nella Scrittura la spada è anche simbolo della Parola di Dio, che è “più tagliente di ogni spada a doppio taglio...e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4,12). Questa è la spada che impugnò Paolo: con essa conquistò gli uomini. In questo senso “spada” è, alla fine, semplicemente un’immagine del potere della Verità, che è di natura totalmente particolare. La Verità può fare male, può ferire: questa è la sua natura di spada. La vita nella menzogna, o semplicemente vivere al margine della Verità, spesso sembra più comodo che l’esigenza della Verità. Da questo deriva che gli uomini si irritino per la Verità, vogliano reprimerla, spingerla a un lato, toglierla di mezzo. Chi di noi potrebbe negare che in qualche occasione la verità lo ha infastidito - la verità su se stesso, la verità su ciò che dobbiamo fare e permettere -? Chi di noi può affermare che non ha mai cercato di sottrarsi alla verità o almeno di truccarla un po’, perché fosse meno dolorosa? Paolo risultava fastidioso perché era un uomo della Verità. Chi si consegna totalmente alla Verità e non vuole avere alcuna altra arma né alcun altro compito che questo, non è certo che verrà necessariamente eliminato, ma si avvicinerà sempre al martirio: diventerà qualcuno che soffre. Proclamare la Verità senza diventare un fanatico né qualcuno che ha sempre ragione: questo sarebbe il grande compito.

A volte, in mezzo a una disputa, Paolo può diventare un po’ acido, avvicinarsi al fanatismo. Ma non era in assoluto un fanatico: testi pieni di bontà, come quelli che troviamo in tutte le lettere - i più belli forse nella lettera ai Filippesi - sono il distintivo peculiare del suo carattere. Paolo poteva mantenersi libero dal fanatismo perché non parlava per conto proprio ma portava agli uomini il dono di un Altro: la Verità che procede da Cristo, che morì per essa e continuò ad amare fino alla morte. Anche su questo punto, io credo, dobbiamo correggere un po’ la nostra immagine di Paolo. Abbiamo troppo presenti i testi polemici di Paolo. Anche in questo caso si tratta di qualcosa di simile a ciò che succede con Mosè: vediamo Mosè pieno di forza, il ferreo, l’arrabbiato. Però il libro dei Numeri dice di lui che egli era il più umile di tutti gli uomini (12,3 LXX). Chi legga Paolo interamente scoprirà il Paolo umile. Abbiamo detto prima che il suo successo dipendeva dalla sua disposizione a soffrire. Adesso dobbiamo aggiungere che sofferenza e verità sono correlate. Paolo venne combattuto perché era un uomo della Verità. Ma il fatto che, dalla sua parola e dalla sua vita sia cresciuto qualcosa di permanente si deve al fatto che servì la Verità e soffrì per questa causa. La sofferenza è la prezzo necessario della Verità, ma solo la Verità dà senso alla sofferenza.

All’entrata della Basilica di San Pietro si innalzano le figure di entrambi gli Apostoli, Pietro e Paolo. Anche nel portico principale di San Paolo Extra Muros i due si trovano collegati, si rappresentano scene della vita e della passione di entrambi. La tradizione cristiana ha considerato fin dal principio Pietro e Paolo come inseparabili: insieme rappresentano la totalità del Vangelo. A Roma il legame di entrambi come fratelli nella fede riceve inoltre un altro significato del tutto concreto. I cristiani di Roma li videro come una replica della mitica coppia di fratelli a cui si attribuisce la fondazione di Roma: Romolo e Remo. Questi due uomini si trovano in notevole corrispondenza con la prima coppia di fratelli della storia biblica: Caino ed Abele; l’uno diventò l’assassino dell’altro. La parola “fraternità” ha, da un punto di vista puramente umano, un sapore amaro: così come può apparire fra gli uomini, si rappresenta nelle varie religioni con tali coppie di fratelli. Pietro e Paolo, che umanamente furono così diversi fra loro, e la cui convivenza non fu esente da conflitti, appaiono come fondatori di una nuova città, come un’incarnazione della nuova e vera forma di fraternità che è diventata possibile mediante il Vangelo di Gesù Cristo. Non è la spada dei conquistatori quella che salva il mondo. ma solo la spada di coloro che soffrono. Solo il seguito di Cristo conduce alla nuova fraternità, alla nuova città: questo ci dice la coppia di fratelli che ci parla attraverso le due grandi Basiliche di Roma.

Dal libro “Immagini di speranza” (Joseph Ratzinger)

©HM Nº 126 Settembre - Ottobre 2005