Focolare della Madre

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Home Rivista Numeri antecedenti Nº 129 - Marzo/Aprile 2006 HM Rivista - Mamie e la famiglia

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Mamie e la famiglia

Di D. Rafael Alonso

Mamie aveva sempre sognato di formare una famiglia con molti figli. Almeno dodici. Valorizzava la vita. Ella faceva parte di una famiglia di quattro membri più la nonna: sua madre, suo padre, sua sorella e lei. Sapeva bene come era la vita in una famiglia piccola. Ebbene, nell’ora di progettare il suo matrimonio e la formazione della sua famiglia, la voleva più estesa. Il suo cuore era così grande che non le bastava il marito e uno o due figli.

Tuttavia Dio non le permise di avere quella famiglia.
Sposata molto presto con Francois Treuttens, nel corso della seconda gravidanza, quando aveva già la figlia Simona, soffrì per la terribile scoperta che si trattava di una gravidanza extrauterina. Di conseguenza era impossibile portarla a termine, e dovette sottoporsi alla conseguente operazione, che le rese impossibile avere altri figli, e portò altre conseguenze di non poco conto.

Il cuore di Mamie restava però sempre pronto ad aprirsi nell’amore verso gli altri.
Non si chiuse in se stessa ma manifestò sempre una particolare attenzione verso gli altri: ascoltarli, capirli, stimarli, consigliarli e servirli.

Ho davanti a me una fotografia di una riunione di famiglia composta per lo più da persone di una certa età. In essa, intorno a due tavoli uniti a forma di T, stanno Mamie e suo marito, sua madre e sua zia, e altre quattro persone delle quali una è un bambino. Stanno bevendo una tazza di caffè. Sulla tavola il posacenere, dei bicchieri, una macchina fotografica, degli occhiali, dei piatti con forchette, coltelli, zuccheriera… tutto in un ambiente domestico in cui le persone appaiono rilassate, attente al dialogo gli uni con gli altri, mentre fumano una sigaretta, cosa normale a quel tempo. Non c’è alcuna preoccupazione sui loro volti, piuttosto si notano un ascolto attento e sguardi affettuosi. Mamie, con gli occhiali, il suo chignon e un maglione, tiene una sigaretta nella mano destra, mentre la sinistra è posata amichevolmente sulla spalla della zia, seduta su una poltrona di legno. Le virtù domestiche splendono: la pace, la fiducia, l’attenzione, il rispetto, l’affetto.

Non c’è nulla di sofisticato, tanto che calzano delle pantofole.
Quale sarà stata la conversazione in questo ambiente familiare? Senza alcun dubbio una conversazione distesa e amabile. Un orologio sopra la mensola del piccolo camino segna le sette meno venticinque.

Quest’articolo potrebbe sembrare ridicolo. L’autore, direbbe qualcuno, si concentra su sciocchezze. Ma quando una società ha perso la serenità e la gioia di vivere in famiglia, che cosa le rimane? Non è proprio questo ciò che bisogna recuperare? Non è questo ciò che bisogna valorizzare di nuovo? Una società che sa vivere tranquillamente il riposo in famiglia dopo il lavoro non è forse salvaguardata da molti pericoli, come la paura, la divisione, la scempiaggine?

Mamie conosceva quell’arte che per alcuni è “perdere tempo”: è l’arte di dialogare, di trasmettere valori, idee, esperienze, osservazioni.

Il ritmo di vita non faceva impazzire. Era un ritmo umano perché le idee hanno bisogno del loro tempo per sedimentare, le esperienze hanno bisogno del loro tempo per essere assimilate, la trasmissione e lo scambio di un insieme di valori, la loro assimilazione, ha bisogno di tempo, almeno del tempo di sedersi intorno a un tavolo davanti ad una tazza di caffè, in una poltrona più o meno confortevole, e di poter parlare.

©HM Nº 129 Marzo-Aprile 2006