Parliamo con Don Luis de Moya
Io non potevo, non dovevo, cercare semplicemente di stare comodo tra le mie quattro pareti o di non essere mai contrariato, come se non potessi fare altro, come se ormai nessuno si aspettasse nulla da me. Se fossi caduto il quel modo di pensare, avrei condannato la mia vita ad un lamento continuo come sfondo. Accettare la mia situazione con questa visione negativa mi avrebbe portato ad autocondannarmi al vittimismo – oltre a far credere una falsità-. Andare per il mondo col complesso di vittima, suscitando pena, mi sembrava poco cotruttivo e un po’ falso, perché vedevo con chiarezza che, avendo la testa sana, dovevo utilizzarla con profitto.
Chi è Don Luis de Moya?
Sono nato agli inizi degli anni cinquanta nella Mancha, per la precisone a Ciudad Real. Sono il maggiore di otto fratelli. Dopo qualche tempo mi trasferii a Madrid e studiai Medicina. Una volta terminati gli studi di Medicina, chiesi di essere ammesso nell’Opus Dei ed iniziai a seguire alcuni studi di filosofia ecclesiastica, poi andai a Roma per studiare Teologia, e, una volta terminati gli studi, fui ordinato sacerdote quando era Prelato dell’Opus Mons. Álvaro del Portillo. In seguito a Pamplona ottenni il Dottorato in Diritto Canonico e mi dedicai al lavoro pastorale con gli universitari presso l’Università di Navarra, immediatamente dopo l’ordinazione.
In contemporanea mi occupavo di un gruppo di contadini che ricevevano una formazione di tipo professionale specifica per i lavori dei campi. Mi dedicavo anche a mantenere contatti con altri sacerdoti di Rioja e della Navarra. Ero cappellano della Facoltà di Architettura presso l’Università, finché nell’anno 1991 ebbi un incidente stradale.
Ricorda qualcosa dell’incidente?
Non ho alcun ricordo di quell’incidente, ho l’impressione che mi addormentai guidando, nonostante fossero solo le 7 di pomeriggio. E come conseguenza dell’incidente, rimasi tetraplegico.
Allora si può dire che la Sua vita ha avuto un ribaltamento?
Diciamo che le cose per me in fondo non sono praticamente cambiate. E perché? Perché ho le stesse idee fondamentali che avevo prima, riguardo al mio rapporto con Dio, che non è cambiato dopo aver smesso di muovermi. E anche se questo crea grande sorpresa in chi me lo sente dire, mi sembra in realtà la cosa più ragionevole del mondo.
Quando si è reso conto delle conseguenze dell’incidente?
A dire il vero devo riconoscere che prendere coscienza della situazione in cui sono adesso non è stato qualcosa di particolarmente traumatico. Mi spiego. Bisogna sapere che sono venuto a conoscenza dello stato in cui ero ridotto dopo l’incidente mentre ero mentalmente piuttosto confuso. Avevo ricevuto un colpo molto forte, avevo subito un intervento chirurgico di cui io non mi ero reso conto, ma necessario per unire le vertebre del collo che si erano rotte, e nell’uscire dall’anestesia mi chiesero se sapevo che cosa mi era successo. Io risposi di no. Allora mi dissero che ero rimasto tetraplegico. Non c’era bisogno di dirmi altro, poiché, essendo medico, sapevo perfettamente che cosa significava. Nel torpore mi resi conto che il mio corpo non reagiva neanche a forti stimoli. Ricordo però che i miei ragionamenti furono subito esistenziali: non mi fermavo a pensare a ciò che non avrei più potuto fare, né iniziavo a contare tutto ciò che avevo perso, ma, al contrario, pensavo al fatto che non avevo perso la cosa fondamentale. Mi dicevo: “sono vivo e per me il punto di riferimento fondamentale nella vita è Dio e Dio continua a esistere ed io sono sacerdote”.
Che cosa hai imparato?
Con il passare del tempo mi sono reso conto che la mia situazione aveva alcuni vantaggi. Anche se forse risulta un po’ forte il dirlo. Mi veniva offerta su un vassoio d’argento l’opportunità di crescere personalmente in tantissimi aspetti della vita e in moltissime sfaccettature di quelle qualità e di quelle virtù che rendono le persone veramente grandi, logicamente morendo a se stesse ed essendo generose.
Era diminuita in qualche senso la Sua attività?
Ormai non aveva molto senso pensare a quello che avrei fatto, a come mi sarei organizzato o ai miei piani di attività, di comodità… avevo, invece, l’opportunità di dare sempre ciò che c’era di genuino in me, mi riferisco a ciò che di genuino Dio mi aveva donato. In fondo la possibilità che io avevo come sacerdote era di parlare di Dio, dono che non avevo perso, anche se avevo perso altre cose per l’incidente. Io avevo mantenuto la testa al suo posto, la testa era sana ed aveva la capacità di parlare, aveva la capacità di pensare, aveva la capacità di amare, aveva la capacità di continuare a studiare. Vedevo che il mondo in cui avevo avuto l’incidente era un mondo sviluppato tecnologicamente, e mi rendevo conto che potevo agire attraverso i mezzi di comunicazione, non tanto la televisione o la radio, ma attraverso qualcosa di molto più semplice, molto più alla mia portata, come può essere il computer, influendo su molte persone, mantenendo relazioni con molta gente. Il tempo mi ha permesso di apprezzare sempre più questa realtà.
Che cose Le costa fare?
Ci sono cose che evidentemente costano. E per non entrare molto in dettagli, ciascuno può immaginarsi quello che vuole. Ciò che costa meno nella mia situazione è semplicemente essere nelle condizioni in cui mi trovo, il non poter fare fisicamente le cose che facevo. Allora che cosa costa? Un’infinità di cose. Mi piace abbastanza l’autonomia, l’indipendenza, una certa libertà, ma ho dovuto non solo farne a meno e rimanere senza di esse, ma rinunciarvi e offrirle a Dio, cioè avere la disposizione personale, interiore, intima, di non esservi legato. E in cambio porre tutto il mio sforzo nell’amare, nel non avere tempo per pensare a me stesso. È un ideale. Ci riesco sempre? No. Purtroppo no. Ma ci sto lavorando su. Qualche volta ho detto che nella vita ho l’impressione che bisogna andare verso Dio avanzando senza sosta, anche se inciampando continuamente. .. piccole cadute, ma poi rialzarsi di nuovo…
Qual è il segreto per vivere così?
Posso vivere così solo grazie alla verità del Vangelo, che si realizza in me. Pensate alla frase di San Paolo: “Tutto posso in Colui che mi conforta”. Non è forse vero? Io posso dire di sì. Anzi se non è in Lui, non si può. Si compie in questo anche quell’altra frase del Signore che San Giovanni riporta nel suo Vangelo. Il Signore, infatti, disse ai suoi discepoli nell’atmosfera intima dell’Ultima Cena: “Senza di Me non potete fare nulla”. Tutto posso con Lui. Senza di Lui, no. Qual è il mio segreto? Io penso che il mio segreto sia questo. Non è una questione di impegno né è dovuto al fatto che noi castigliani siamo molto cocciuti o al fatto che “bisogna vedere che carattere abbiamo”. No, no, no, no. Qui colui che agisce è Lui.
Dio ci ha creati con Se stesso al fianco. Ci ha creati perché siamo Suoi figli e ci ha messi nel mondo perché contiamo sul Suo aiuto, e per questo ci ha offerto i Sacramenti, dal Battesimo fino all’Unzione degli infermi, passando per la Confessione sacramentale – detto fra noi, posso dire che procuro di confessarmi almeno una volta alla settimana - e l’Eucaristia che è l’Alimento, e che cerco di celebrare – beh, adesso concelebrare, certo, perché non dispongo delle mani - tutti i giorni, e poi la preghiera, e la meditazione continua del Vangelo… Io vedo che qui sta la forza.
Che cosa pensa quando sente parlare dell’eutanasia?
Quando si parla di eutanasia come soluzione per alcune persone, in fondo si sta mentendo. Si sta mentendo perché non è certo che non si possa più fare nulla per quelle persone. Ciò che è certo, e non si dice, è che quando si legalizza l’eutanasia, e lo riconoscono i governi dei paesi stessi in cui è legalizzata, almeno una su tre eutanasie si fa senza il consenso della vittima. Una su tre.
Ma infine, trionferemo. Perché il bene trionferà e la Verità si imporrà, prima o poi, come è sempre successo.
La sua visione, allora, di fronte alla vita è abbastanza ottimista.
Richiamò la mia attenzione un titolo posto fra virgolette che pubblicarono una volta su un giornale, riportando una frase detta da me: “Sono un miliardario che ha perso mille lire”. Guarda che frase ben fatta ho detto! Ma è vero. Certo, per chi sa di essere figlio – non semplicemente un figlio di Dio come tutti i cristiani, ma un figlio specialmente amato, specialmente graziato da Dio per il sacerdozio ministeriale, nella misura del sacerdozio di Gesù Cristo… dover andare seduto in sedia a rotelle, che cos’è? Ha perso qualcosa del suo sacerdozio? Nient’affatto!
Sono un sacerdote che prega, mi rivolgo a Dio con il potere concesso ai sacerdote. Da me stesso, umanamente, non posso nulla. Tutto è puro dono di Dio. Per la Sua Gloria. Per la salvezza delle anime… E questo, come ho detto, era così prima e lo è anche adesso. Potremmo persino dire che mi è stato facilitato perché mi sento di più sulla Croce. Con le mie difficoltà, con il mio dolore, con le mie sofferenze, mi rendo maggiormente conto che sono un altro Cristo. Non ho il diritto di fermarmi e di dire, come magari a qualcuno è successo: “Beh, adesso che mi risulta così difficile, adesso che soffro tanto, adesso che mi costa tanto compiere queste azioni, vediamo se riesco ad avere maggiori soddisfazioni, nei limiti di quel poco che posso, vediamo se mi rifaccio almeno con quest’altra cosa…”. La gente può giungere a fare cose stranissime, solo perché sta pensando a se stessa, - diciamolo chiaramente - per condannare la loro vita al lamento.
Rende molto più felice, dà molto più gioia guardare verso l’alto, andare avanti, osservare gli altri e vedere che cosa posso fare per loro e non lamentarmi per ciò che non posso fare, ma pensare a ciò che tuttavia posso fare, al fatto che posso amare. Ciò che posso fare per gli altri, come posso crescere personalmente nel mio rapporto con Dio, nel mio amore verso di Lui, nella mia generosità.
E la Vergine Maria che posto occupa?
Devo ringraziare moltissimo Dio per il meraviglioso ricordo che ho di mia madre sulla terra. Madre di otto figli, e che a mio parere era un continuo sacrificarsi per noi. Ebbene, Maria è lo stesso ma di più. Lo stesso ma con tutta la comprensione, con tutto l’affetto forte e anche esigente, quando è necessario, con tutto l’amore, cercando davvero il meglio per noi, che è l’unione definitiva con Dio. Ricordo che mia madre sapeva dire le cose: “Senti, Luis, …”. Per me era chiarissimo che non me lo diceva per sé e neanche per vendetta ma perché era il meglio per me. Ebbene, è lo stesso con Maria Santissima. Per questo devo dire con tutta semplicità che da molti anni prego il rosario, e da quando Giovanni Paolo II ha incoraggiato noi cristiani a recitare anche i misteri della Luce, anche i misteri della Luce. Inoltre cerco di recitare tutti i giorni le quattro parti del rosario. E non mi sembra di fare nulla di straordinario.
© Rivista HM º138 Settembre/Ottobre 2007







