Focolare della Madre

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Home Rivista Numeri antecedenti Nº 139 Novembre/Dicembre 2007 HM Rivista - Educazione alla cittadinanza

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Fernando Lopez

“Educazione alla cittadinanza” è una nuova materia obbligatoria di insegnamento introdotta dal governo spagnolo. L’annuncio di essa e la conoscenza più dettagliata dei suoi presupposti ideologici e delle sue caratteristiche pedagogiche e didattiche ha suscitato un vivace dibattito nell’opinione pubblica. La Conferenza Episcopale Spagnola si è fatta eco di tale inquietudine per l’inaccettabile intromissione dello Stato nell’educazione morale degli alunni, la cui primaria responsabilità spetta alla famiglia. La materia “è inaccettabile nella forma e nella sostanza”, poiché i suoi contenuti sono dannosi per lo sviluppo integrale della persona”.
Fernando López Luengos è Professore di Filosofia da più di 15 anni. È padre di famiglia e ha tre figli. Fa parte di un’associazione di professori che difende l’educazione, centrata soprattutto sul valore della persona. Attualmente stanno tenendo delle conferenze con l’obiettivo di informare i genitori sulla nuova materia “Educazione alla Cittadinanza”.

Che materia è l’ “Educazione alla Cittadinanza”?
È una materia che la LOE (Legge organica sull’insegnamento in Spagna) ha inserito nel sistema educativo. Il tutto è stato fatto con un’intenzione politica e un’intenzione ideologica. È stata introdotta con la scusa di seguire ciò che si sta facendo in Europa, ma in realtà è uno strumento per iniziare a trasformare la coscienza della popolazione spagnola. Di fatto, come principio basilare del Decreto, si segnala che la finalità è la formazione della coscienza morale dell’alunno. Si tratta di soppiantare la moralità che si ha attualmente in Spagna e di sostituirla con un’altra.

Quali sono i contenuti di questa materia?
Ci sono due modi di concepire l’educazione. Una è quella in cui lo Stato pensa che i genitori devono collaborare con esso all’educazione dei loro figli. E l’altra è quella in cui si pensa che è lo Stato che deve collaborare con i genitori, i quali sono i primi responsabili dell’educazione dei loro figli. Fra i diritti costituzionali, io ho il diritto di decidere l’educazione morale di mio figlio, non lo Stato. Nella premessa di questa nuova materia si spiega con chiarezza che si tratta della costruzione della coscienza morale dell’alunno. Nella materia “Etica” c’è una frase simile ma con una differenza abissale, poiché poi si spiega che non si può indottrinare: deve essere una materia ideologicamente neutrale. Invece in questa nuova materia non si menziona nulla di simile, ma subito si iniziano ad introdurre temi che hanno un profondo significato morale. Per esempio, l’identità personale. All’alunno si deve spiegare qual è la sua identità, ma è lo Stato che deve dire a mio figlio chi è? Questo dipende dalla visione che lo Stato ha dell’uomo! Su un tale argomento può intromettersi lo Stato? Ebbene, in questa nuova materia si dice di sì. fernando3
C’è un altro tema che è l’educazione affettiva ed emotiva: si devono cioè considerare i sentimenti, le attitudini, gli affetti del bambino, non solamente i contenuti. Questo fa pensare ad un relativismo morale. Imporre un relativismo vuol dire che le cose non sono buone o cattive in sé, ma a seconda di ciò che decide la maggioranza. Questa è un’aberrazione. È una questione di democrazia: ci possono essere democratici che considerano che il relativismo è la verità, ci sono però democratici che considerano il relativismo una falsità, come me.
Questa materia è esposta in modo tale da affermare che il male e il bene non esistono. La materia non menziona neppure una volta la verità, né l’autorità dei genitori, né il bene, né la natura umana. L’unica cosa che viene menzionata è un riferimento etico obbligatorio per tutti: il bene ed il male sono definiti dai “diritti umani”. I diritti umani sono una conquista buona, positiva, però non sono il punto di riferimento del bene e del male. Sono invece i diritti umani a basarsi sul bene ed il male, è proprio il contrario! Ad un primo approccio non si notano questi aspetti, ovviamente, ma qualsiasi professore di filosofia lo capisce chiaramente e ne scopre la base ideologica. Si tratta di indottrinare gli alunni perché considerino che non esistono né il bene né il male. Pertanto, non bisogna cercare il bene. La mia convinzione è diversa. Certamente io non pretendo di imporla a nessuno. Io nelle mie lezioni sono ideologicamente neutrale, non dò mai delle soluzioni ai miei alunni perché sono minorenni. Ciò che io pretendo non è di imporre la mia visione, ciò che chiedo ed esigo è che non si cerchi di imporre nulla ai miei figli. Si tratta proprio di questo: non consentire un’imposizione morale.

Come si è pronunciata la Chiesa?
La Chiesa in febbraio ha scritto un documento. Già prima che fossero emanati i Decreti, si era pronunciata dicendo che questa materia era una minaccia. Le bozze erano già una minaccia. Quando uscirono i Decreti, i Vescovi si pronunciarono molto chiaramente dicendo che questa materia non poteva essere tollerata né nel contenuto né nella forma. Tutti i Vescovi furono unanimi, anche se i media filo-governativi dicono che l’unanimità non ci fu. Più avanti protestarono ancora più vivacemente menzionando esplicitamente l’obiezione di coscienza come uno dei possibili mezzi per opporsi alla materia, anche se non l’unico. A nessuno si può imporre l’obiezione di coscienza, e a nessuno si può impedire l’obiezione di coscienza. In questo senso sono stati molto chiari e molto rispettosi. I Vescovi infatti non sono coloro che faranno obiezione di coscienza non insegnando, ma hanno l’obbligo morale di fare luce. Coloro che non sono così chiari sono invece alcuni cattolici che o hanno paura o temono ripercussioni - ad esempio, alcuni direttori di scuole cattoliche -. Io non li capisco, è certo una situazione molto complicata, complicatissima, ma così si mettono nei guai: è vero infatti che ha ben altro valore la tranquillità della loro scuola e l’essere fedeli al Vangelo. Per me la scelta sarebbe chiara, anche se dovessi fare la fine dei primi cristiani.

Che cosa si può fare?
La gente deve leggere i Decreti, capire di che cosa tratta la materia, e poi agire. L’obiezione di coscienza è uno dei modi. Ed è il più forte, il più problematico, perché è una questione seria, non è come andare al liceo e compilare il formulario di iscrizione, o come chi sceglie tra la religione o l’alternativa, che sono materie facoltative. No, questa materia è obbligatoria. Se non si vuole seguirla, si viola la legge.
Semplicemente, ti stai esponendo ad un voto insufficiente.
La Costituzione spagnola dice all’articolo 27.3 che i genitori hanno il diritto di educare i loro figli nelle proprie convinzioni morali e religiose. Evidentemente, nel contesto costituzionale e nei valori della Costituzione sono i genitori i primi responsabili. C’è inoltre l’articolo 16, in cui si dice che i cittadini hanno diritto alle proprie convinzioni, cioè alla libertà ideologica e di coscienza. Se è così, vuol dire che se una legge va contro la tua coscienza tu puoi presentare obiezione di coscienza. Questa possibilità è regolata ora solo per il servizio militare. Quando iniziò l’obiezione di coscienza per il servizio militare, c’erano solo quattro obiettori e finirono in carcere. Poi crebbero e non finirono in prigione ma in comune; e poi aumentarono ancora di più e non li mandarono in tribunale, inventarono il “servizio sociale sostitutivo”; poi divennero molti di più e tolsero la legge.
Mai nella storia d’Europa c’è stato un movimento di obiezione di coscienza forte come questo. Ci sono circa 20mila obiezioni in Spagna. In tutta la storia del servizio militare si giunse, credo, a 70mila obiezioni, ma in più di dieci anni. Nel caso di questa materia, solo in 4 o 5 mesi siamo arrivati a più di ventimila, ciò non era mai successo in Europa. La Corte Costituzionale, che interpreta la legge, ha detto chiaramente nella Sentenza 53/1985 che l’obiezione di coscienza deriva direttamente dall’articolo 16 della Costituzione Spagnola, e pertanto è applicabile direttamente, anche se non fosse regolato. È una battaglia che deve raggiungere tanti tribunali. Vogliamo che sia rispettato un diritto costituzionale, né più né meno. Non mi sembra sbagliato che segua la materia chiunque lo vuole, non protesterò, ma non può essere un obbligo il riceverla.

In che modo ti colpisce questa materia?
È un tema molto duro e crudele. Duro, perché è una materia che ha forti connotati ideologici, ed è crudele perché indottrinano i tuoi figli. I miei figli non sono ancora colpiti, perché sono piccoli. Però mi fa star male che si tolgano agli alunni ore di Filosofia ed altre materie per introdurre questa materia che, con motivazioni futili, porterà ad un indottrinamento. Come genitore è qualcosa che non sopporto. Mi arrabbio proprio nel pensare che la società in cui vivranno i miei figli sarà diretta da quei valori e da quel modo di concepire la vita. Io rispetto il fatto che altri la pensino così, ma a me sembra nefasta ed è questo che mi ha fatto dire: “Adesso basta!”. Abbiamo dovuto “mandar giù” molte deficienze del sistema educativo, ma quando si intromettono nell’intimità della tua famiglia, uno dice: “Adesso basta!”.
Non mi importa in questo caso di assumere responsabilità e dire pubblicamente che ci sono materie che non impartirò come professore. Mi rifiuto, mi rifiuto a collaborare all’indottrinamento. Ti giochi il posto di lavoro, ma secondo me non è il problema più grosso.

Stai facendo qualcosa?
In un’occasione un collega mi diceva quanto segue: “Ne ho abbastanza! Un giorno dovremo opporci e dire che non lo facciamo”. Io lo guardai e gli dissi: “Perché non lo facciamo adesso?”. E mi rispose: “Il fatto è che io ho dei figli e non posso giocarmi il posto di lavoro”. Questo mi colpì profondamente e pensai: “Non può essere vero che si debba inghiottire di tutto per difendere la tranquillità economica della famiglia, ci deve essere un limite. E quest’idea mi è sempre bruciata dentro. Quando questa nuova materia fu approvata, mi dissi: “Questo è il momento”. E la decisione che ho preso è quella di divulgare con tutte le mie forze che cosa essa è realmente. Un collega di Filosofia ed io iniziammo, ormai un anno fa, prima che uscissero i Decreti, a divulgare ciò che era ancora in bozza. Abbiamo tenuto una conferenza, abbiamo chiamato professionisti in campo etico, abbiamo iniziato a diffonderla. Quando uscì il Decreto, scrivemmo un manifesto che fu approvato da un gruppo di più di cento professori con cui siamo in contatto. Creammo un’associazione di professori, non per questa materia ma per collaborare tra di noi, condividere idee, materiali, entusiasmi... Quando comparve questa materia, evidentemente bisognava parlarne. Da quel momento in poi iniziammo una campagna sui mezzi di comunicazione e tenemmo conferenze in tutta la provincia. Di conseguenza, la nostra provincia è quella che conta più obiezioni di coscienza. Dove ci sono conferenze, ci sono obiezioni. Nelle conferenze, l’unica cosa che si fa è spiegare di che cosa tratta la materia, i Decreti, e la gente sta rispondendo molto bene.

È duro lottare in questo senso?

Il peso maggiore lo sta portando mia moglie, perché abbiamo tre figli piccoli e ci chiamano continuamente da molti posti per andare a parlare, i mezzi di comunicazione, chilometri di qua e di là... Evidentemente la nostra associazione non ha neppure risorse economiche, perciò complicazioni ce ne sono. Non è piacevole vedere la gente che ti critica, persino gente di Chiesa. È una materia contro la morale, lo hanno detto esplicitamente i Vescovi nel loro manifesto, allora ciò che è scandaloso è che molti cristiani non reagiscano. Questo è grave. La gente o parla a favore della materia o non la conosce o si tratta di cinici.
Mi addolora il fatto che la gente che dovrebbe opporsi come te non ti segua o persino ti ponga ostacoli. È anche duro da accettare che manipolino la realtà, per esempio quando dicono che i Vescovi non sono tutti d’accordo, mentre in realtà hanno firmato all’unanimità il documento che hanno pubblicato. Dove ci sono differenze è nella scelta della forma di lotta, alcuni sono molto più espliciti e altri no.fernando2
C’è speranza?
Il cuore dell’uomo è capace di cercare il meglio, perché la coscienza continua ad essere libera. Basta che ci sia un’imposizione perché uno gridi: libertà. Quando uno è convinto che al di sopra di tutto c’è il bene e l’amore verso i suoi figli, non gli importa arrivare sino in fondo. Pertanto questo è un segno di speranza. Ma questa non è possibile senza sofferenza. La gente si sbaglia quando pensa che le cose si risolvano dall’alto. È una questione nostra. La speranza sorge dal fatto che uno accetta la sfida della sofferenza per ottenere il bene. E questo è l’importante. Per questo la speranza è preziosa. Siamo stanchi, è da tanto tempo che stiamo lavorando a livello nazionale, c’è gente che fa dei viaggi defatiganti per tenere conferenze, ma mi è arrivata una lettera che diceva: “Sono esausto, ma sono entusiasta”. E questo riempie di soddisfazione. Cioè, siamo abbastanza stanchi per il ritmo che abbiamo, ma è entusiasmante. Inoltre, c’è speranza. Questo è il momento della speranza.

© Rivista HM º139 Novembre/Dicembre 2007