Focolare della Madre

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri
Home Rivista Numeri antecedenti Nº 139 Novembre/Dicembre 2007 HM Rivista - Parliamo con Cheryl de la Cruz

Banner

 

cherylParliamo con Cheryl de la Cruz

Cheryl de la Cruz è una giovane statunitense di origine filippina, di 26 anni. Attualmente studia Magistero a Tampa, Florida. Fa parte del Focolare della Madre dal 2001, anche se l’ha conosciuto già nel 1998. Ci racconta ora quale è stato il suo percorso, dopo aver vissuto un’esperienza estremamente dolorosa. Esperienza che molti giovani vivono.

Com’è stata la tua infanzia? Hai ricevuto un’educazione cattolica?
Fui battezzata nella Chiesa Cattolica, come la maggior parte dei bambini filippino-americani. Quando io e le mie sorelle eravamo piccole, mia madre fece tutto il possibile per farci amare il Signore e Nostra Madre. Ci mandò inoltre ad una scuola cattolica perché fossero coltivati in noi dei buoni valori cristiani. Io però ero una bambina molto ribelle, e bastava che mia mamma mi dicesse una cosa perché io facessi il contrario. Essa ci sollecitava sempre a vivere la fede, poiché amava Dio da quando era giovane. Ma a me non interessava conoscerLo, anche se Lui mi conosceva bene.

Quando iniziò a svilupparsi in te un rapporto più profondo con il Signore?
Si potrebbe dire che il mio cammino verso Dio iniziò con un avvenimento inaspettato che colpì tutta la mia famiglia. A mio zio fu diagnosticato un cancro, e i medici gli dissero che gli rimanevano solo tre mesi di vita. I suoi figli decisero che, se il loro padre doveva tornare al suo Creatore, avrebbe dovuto prima cercare di mettersi “in regola” con Lui. Sentirono parlare di una donna che aveva il dono delle guarigioni e agiva come strumento di Dio. Anche se i miei cugini al principio erano piuttosto scettici, tuttavia la invitarono a casa una sera per pregare con mio zio e il resto della famiglia. Nessuno di noi sospettava che da quel momento in poi le nostre vite non sarebbero state più le stesse. Le rumorose serate da ballo vennero sostituite dalla Messa, e le conversazioni frivole sulla moda dalla recita del rosario e da meditazioni spirituali. Per non dilungarmi troppo, dirò che dopo alcuni mesi, il tumore era miracolosamente scomparso. Ma il miracolo più grande di tutti è stata la conversione di molti membri della mia famiglia.

Hai detto che la tua famiglia sperimentò una conversione generale. Come l’hai vissuta tu personalmente?
Anche se avevo solo dodici anni quando avvenne tutto questo, sentii la chiamata del Signore ad amarLo. Però il mondo mi attirava molto, mi lasciai trascinare dalla corrente, e mi dimenticai totalmente di Dio. Negli anni seguenti il mio rapporto con il Signore crebbe molto poco. L’incontro che avevo avuto con Lui all’età di dodici anni, diventò un ricordo sbiadito.

Ci fu un momento nella tua vita in cui ti incontrasti di nuovo con Dio?
Nel marzo del 1998 i miei cugini organizzarono un pellegrinaggio ad alcuni santuari in Francia, Portogallo, Italia e Spagna con i loro amici ed alcuni membri della famiglia. Io mi unii al gruppo, con il solo scopo di assentarmi per qualche giorno da scuola e di visitare un po’ l’Europa. Avevo allora 17 anni, non ero molto interessata ad andare sulla tomba di alcuni defunti, anche se santi, ed iniziai ad inquietarmi di andare di chiesa in chiesa. Per me erano tutte uguali: grandi ed antiche. Però in Spagna fummo invitati a pranzare con i Servi e le Serve del Focolare della Madre. Ricordo quei momenti con grande simpatia, e fino ad oggi li porto incisi nel mio cuore. Dopo averci servito un’ottima paella, i miei occhi e le mie orecchie rimasero fissi su di loro, che cantavano e raccontavano la loro vocazione. Anche se non capivo le parole delle canzoni, perché erano in spagnolo, il Signore mi parlava attraverso la gioia dei loro volti, era una gioia che io non avevo mai visto prima. Sembravano così liberi, così innocenti. Avevano qualcosa dentro di sé che li rendeva felici. Ed io quella cosa non ce l’avevo e non sapevo neanche che esistesse. Io non riuscivo ad identificarla, ma, fosse quel che fosse, la volevo e ne avevo davvero bisogno. Quel giorno fu uno dei più felici della mia vita. Più tardi, ci portarono a vedere tutte le loro case. P. Rafael ci mostrò il nuovo noviziato, che a quei tempi aveva poco più di quattro mura, e ricordo che ci disse: “Se qualcuno si sente chiamato a venire ad aiutarci a costruire... che venga!”. In quel momento mi sentii chiamata. Sentii la chiamata ad aiutare nella costruzione. Allora non mi resi conto che non era solo la casa ciò che io ero chiamata a costruire, ma era qualcosa di più grande, di molto più grande. Qualche tempo dopo, per grazia di Dio, seppi cos’era: qualcosa di molto grave dovette succedere nella mia vita prima che io potessi giungere a scoprirlo.

cheryl2Allora, tornasti per costruire la cappella?
Purtroppo, quando tornai a casa dopo il pellegrinaggio, l’idea di tornare in Spagna smise di essere una priorità. Avevo il mio ragazzo, i miei amici, la mia macchina nuova e il mio ultimo anno di liceo, la maturità e il disgraziato viaggio scolastico. Con tutti questi divertimenti in vista, come potevo pensare ad altro? Tutta la mia vita girava intorno al “qui e adesso”. Mi divertivo ballando tutte le notti nei pub di New York, vivendo una vita immorale con il mio ragazzo ed entrando sempre di più nel mondo dell’alcol e della droga.

Aquel tempo sentivi che dovevi cambiare qualcosa della tua vita o eri contenta del tuo modo di vivere?
Io direi che, giunta a quel punto, mi accontentavo con il tentativo di cercare la felicità e l’eccitazione in qualsiasi cosa toccassi. Tra i miei amici, io ero sempre stata considerata la pazza che sembrava non avere alcun problema nel fare ciò che volevo senza pensare affatto alle conseguenze. Con questo atteggiamento mi misi sulla ripida china che conduce al disastro.

Come fu la tua vita d’allora in poi?
Guardando indietro, vedo come il Signore è intervenuto in quel momento, in modo doloroso, ma notevole. In un battibaleno la mia vita ebbe un capovolgimento totale. Quei tempi emozionanti di divertimento finirono e la mia vita fu distrutta. Ruppi il rapporto con il mio ragazzo e, come risultato della rottura violenta, caddi un una depressione profonda, che si ripercosse su tutti gli aspetti della mia vita. Siccome avevo perso la capacità di cavarmela normalmente e di concentrarmi, fui rimandata a settembre all’ultimo anno di liceo e potei poi essere promossa solo grazie alle lezioni private. Ero un cadavere vivente: andavo a fatica a lezione, poi passavo il giorno seduta a piangere nell’ufficio dell’assistente. Passai molto tempo andando da uno psicologo all’altro, e provavo sempre nuovi farmaci contro la depressione. Non trovando sollievo né nelle pastiglie né nei medici, iniziai a drogarmi e a bere alcol più di prima. Questo peggiorò soltanto la mia situazione. Diventai uno zombi vivente, senza alcun desiderio di vivere e con un unico anelito: la morte. Siccome cercavo di suicidarmi e i medici avevano paura che mi togliessi la vita, mi rinchiusero in un centro di riabilitazione per malati mentali tossicodipendenti. Il tempo che trascorsi in questo istituto mi aiutò a tenermi lontana dalla droga e lontana dall’ambiente dei miei amici per un certo periodo, ma senza la forza né la volontà di vivere una vita con dignità. Quando tornai a casa, ripresi la mia vita di sempre. Ero convinta che per me non c’era più speranza.

Qualche volta pensasti di pregare nella tua disperazione?
Nella mia mente sentivo la voce di mia madre che mi diceva: “Chiedi a Dio che ti aiuti! Egli ti salverà!”. In quel momento non potevo chiedere aiuto a Dio. Non so se era perché pensavo che Egli non potesse aiutarmi o se il mio orgoglio mi impediva di ricorrere a Lui. L’orgoglio era sempre stato il protagonista nella mia vita e adesso mi accorgo che il Signore permise che toccassi il fondo prima di potermi rialzare.

Non sembri affatto la stessa persona che hai appena descritto. Come iniziò a cambiare la tua vita?
Un giorno, dopo aver accompagnato a casa un’amica, che era andata a trovare il suo ragazzo detenuto in un centro per minori (tutti i miei amici erano in situazioni simili: adolescenti con figli e problemi con la legge), pensai che non riuscivo più a sopportare tale situazione. L’unica cosa che desideravo era la morte, e mi sentivo intrappolata in un corpo che conosceva solo il dolore. Avevo iniziato a ferirmi fisicamente, per vedere se c’era qualcosa che potesse causarmi più dolore di quello che avevo dentro. Precedentemente avevo cercato di suicidarmi, ma avevo formazione sufficiente per sapere che se ti suicidi, vai all’inferno; io avevo paura e non avevo il fegato di farlo. Anche se questo pensiero mi tenne lontana dall’idea del suicidio per un certo tempo, giunse il momento in cui non sopportavo più la vita. Andai in farmacia e comprai un pacchetto di pastiglie con l’intenzione di farmi un’overdose. Ma avevo paura. Avevo paura dell’inferno e sapevo che lì c’era un posto per me. Però dovevo farlo! Allora, improvvisamente, mi venne l’idea che prima dovevo confessarmi e poi suicidarmi. Nella mia disperazione pensavo che quello era l’unico modo per non andare all’inferno. Nel mio stordimento, scrissi tutti miei peccati su un quaderno, lasciai le pastiglie sul tavolo, a fianco del mio letto, e me ne andai in chiesa, sapendo che, quando fossi tornata, tutto sarebbe finito. Entrai nel confessionale e piansi i miei peccati. Con mia grande sorpresa, qualcosa di strano accadde quando mi allontanai dal confessionale. Improvvisamente mi sentii inondata da un grande sentimento di speranza. Mi sentivo come se mi fosse stato tolto un grande peso di dosso, e libera dalla nube nera che mi perseguitava. Ricordo che telefonai alla mia psicologa, che mi telefonava tutti i giorni per vedere se stavo bene, e le gridai: “Ho una ragione per vivere! Non so ancora molto bene qual è, ma ho una ragione per vivere!”. In quel momento ricevetti la Grazia immensa dal Signore di avere la forza di rompere ogni rapporto con i miei amici, qualcosa che mi era sempre risultato molto difficile. Spensi il cellulare e per tre mesi rimasi a casa cercando di recuperarmi e di rimettere a posto il rapporto con la mia famiglia. Per la prima volta in tre anni mi sentii viva di nuovo.

Hai menzionato che ti sentivi inondata di speranza e che avevi trovato una “ragione per vivere”, ma non sapevi esattamente quale. Quando l’hai scoperta?
Nel luglio del 2001 mi invitarono ad un Incontro estivo del Focolare della Madre a New Jersey. Mi ricordavo della Spagna e sapevo che mi sarei divertita in quel campeggio. Arrivai con alcuni giorni di ritardo, con alcune valigie di troppo, ma con il cuore aperto. E fu lì che Dio lo riempì! È lì che trovai qual era il senso della mia vita. Il senso della mia vita era il Signore, e da quel giorno seppi che dovevo vivere per Lui e solo Lui. Conobbi l’immenso amore con cui ero amata da Nostra Madre ed il ruolo importante che ella aveva avuto nella salvezza della mia vita e della mia anima. Le sono molto riconoscente per essersi presa cura di me e per avermi scelta a far parte del Focolare della Madre. Sono inoltre molto riconoscente a Dio per tutte le persone (dovevano essere un sacco!) che pregarono per me, specialmente mia mamma, che mi affidò alle cure ed alla protezione della Vergine Maria.

Che diresti a un giovane che sta passando per una situazione simile alla tua ed è depressa?
Come ho già detto, in tutto quel tempo parlai con molti psicologi che mi prescrissero ogni sorta di medicine, ma mi aiutarono solo fino a un certo punto. Però nel mio caso sono convinta che si trattava di una malattia dell’anima. La mia anima era molto malata a causa del peccato, e solo il Medico Divino, attraverso il sacramento della confessione, fu capace di curarmi da quella malattia che mi indeboliva. Non dubito che la depressione clinica continui ad essere una delle malattie mentali che costituiscono una piaga nella nostra società, specialmente tra i giovani - io ero una di loro-, ma considerando che viviamo in una cultura che butta dalla finestra Dio e i valori umani, e mette al suo posto il denaro, il potere e il mio “io” grande come un re, non mi sorprende che l’indice dei suicidi sia sempre più alto e la depressione sia un male comune. Il senso di vuoto che con troppa frequenza invade molti giovani è perché cercano di riempire il vuoto del loro cuore con tutto quello che il mondo dice loro che li renderà felici. Io la cercai nelle cose materiali, negli amici, nei divertimenti, nei piaceri, ma alla fine non la trovai da nessuna parte, e iniziai a disperarmi, così mi rivolsi all’unica scappatoia che trovai, la droga. Divenne un circolo vizioso in cui cercavo e cercavo, ma non trovavo nulla. E tutto perché stavo cercando nei posti sbagliati. Ciò che cercavo, in realtà, era Dio. Meno male che Egli è paziente, ricco di misericordia, e mi ha cercato ardentemente per tutto quel tempo. È impressionante! Molte volte mi ritrovo chiederGli perché mi ha cercato e perché continua a cercarmi e ad amarmi, nonostante io sia solo una miserabile creatura. L’unica risposta che trovo è che Egli è buono, perché è Amore. Egli dice infatti: “Io non godo della morte dell’empio, ma che l’empio desista dalla sua condotta e viva” (Ez 33,11). Grazie alla Sua grande misericordia e grazie alla migliore Madre che ho in Cielo e che mi ama alla follia, adesso vivo. Vivo, non come vive il mondo, che distrugge tutto ciò che Dio ha fatto di buono, ma aiutando a costruire. Aiuto il Signore e Nostra Madre a costruite qualcosa di grande, qualcosa di molto grande: il Regno di Dio qui sulla Terra!

© Rivista HM º139 Novembre/Dicembre 2007