Parliamo con Padre Colm Power
P. Colm Power è nato nel 1965 in una famiglia profondamente cattolica. È il quinto di nove fratelli, tutti maschi. Negli anni 70-80 si allontanò da Dio, più o meno fino ai 31 anni, quando ebbe una forte esperienza di Dio che capovolse la sua vita. Nel 1996 sentì la chiamata al sacerdozio. Sette mesi più tardi entrò come religioso nei Servi del Focolare della Madre. Il 20 dicembre 2003 venne ordinato sacerdote. Alcuni mesi dopo pronunciò i suoi voti perpetui e fu inviato con una comunità di Servi negli Stati Uniti per lavorare nell’apostolato presso l’Università Ave Maria, di recente costituzione. Prima che si compissero i tre anni di lavoro là, gli fu diagnosticata una leucemia che lo avrebbe portato sull’orlo della morte.
P. Colm, come iniziò la malattia?
Ero stato in Spagna nei mesi di maggio-giugno dopo aver terminato l’anno accademico presso l’Università Ave Maria. Già mi sentivo male. Io avevo sempre avuto una salute robusta, ma a quell’epoca avevo una febbre persistente che non riuscivo a superare. Sentivo anche una stanchezza che io attribuivo a tre cose: in primo luogo, al fatto che avevo quarant’anni e che stavo invecchiando; secondo, che ero vissuto come un imbecille dai quattordici ai trentun anni e quindi quello era il prezzo che dovevo pagare; ed in terzo luogo, alla febbre che avevo. Più tardi un’infermiera mi rimproverò di non essere andato da un medico prima, perché la sua teoria era che, riguardo alla salute e alla malattia, gli uomini non cercano aiuto finché non c’è più rimedio.
E fu così il Suo caso?
No. Posso dire con tutta sincerità ed onestà, che in nessun momento pensai di poter essere ammalato gravemente. Avevo un malessere, ma non vi prestavo molta attenzione, e non era una questione di auto-inganno, cosciente o incosciente, semplicemente ero un po’ malaticcio, ma non mi sfiorò neanche il pensiero che potessi avere, per esempio, la leucemia.
Poi tornò negli Stati Uniti. Come scoprì la malattia?
Lì avevo un ritmo piuttosto esigente di apostolato e di attività. In poche settimane avrei dovuto fare due campeggi estivi in luoghi diversi ed un pellegrinaggio con ragazzi. Io sarei stato il cappellano in tutte quelle attività e, diciamo, che ero troppo occupato per potermi ammalare.
Durante il primo campeggio passai qualche brutto momento: facevo fatica a respirare, non potevo partecipare agli sport. Nel secondo campeggio stavo sempre peggio. Un medico mi disse dopo che non mi resi conto della malattia perché l’evoluzione era stata in tre o quattro mesi, se invece tutto fosse successo in una sola settimana, non avrei dubitato di andare dal medico o in ospedale, perché avrei sperimentato un crollo fisico drammatico.
E quale fu la voce d’allarme perché si mettesse in movimento?
Prima di finire uno dei campeggi, nell’alzarmi la mattina, mentre stavo facendomi la barba, vidi che nell’occhio sinistro avevo una macchia. Allora stavo già piuttosto male, ero molto debole, molto stanco e pieno di dolori, ma quello della vista fu un allarme. Ricordo che dissi tra me e me: “Con la vista non si scherza”, e decisi di andare quello stesso giorno dal medico. Più tardi, parlando con la famiglia presso cui eravamo alloggiati per il campeggio, chiesi loro se conoscevano un medico che potesse visitarmi. Lo chiamarono e disse che non poteva vedermi fino al lunedì (questo avvenne un venerdì), perciò dissi: “Allora andremo lunedì”. Uscii di casa, avevo fatto tre passi, quando mi girai improvvisamente, entrai di nuovo e dissi: “Lunedì è troppo tardi, deve essere ora, devo andare a vedere un oftalmologo oggi stesso”.
E perché questa reazione?
Fino ad oggi non capisco perché dissi così, ma sentii un’urgenza. Potrei aver aspettato fino al lunedì, ma sentii… beh, non me lo spiego.
Alla fine riuscì ad andare dall’oftalmologo?
Vi andammo quel pomeriggio stesso. Mi fece le analisi ed immediatamente avemmo i risultati. Egli mi chiese: “Hai il diabete?”. Ed io gli dissi: “No, che io sappia no”. Allora disse: “Perché tutto questo è molto strano. Infatti hai è una grave emorragia nell’occhio sinistro, un’emorragia pre-retinale, che non ho mai visto in una persona con meno di settant’anni – e tu ne hai quaranta – e che non abbia il diabete”.
Allora disse: “Lunedì vai da un medico eccellente, amico mio, che ti faccia un esame completo e con attenzione specifica per verificare se hai il diabete”. E come dandogli poca importanza, mi disse: “Va’ comunque in ospedale perché ti facciano delle analisi del sangue”. E così feci. Verso le 10 del mattino del giorno dopo ricevetti una telefonata dell’oftalmologo, che mi disse: “Lascia tutto e vai di corsa, veloce, in ospedale, al Pronto Soccorso. Hanno mandato i risultati delle analisi di sangue e i tuoi valori sono tutti sballati”.
E Lei come reagì?
Fu il primo spavento, perché quando un medico parla così non sta scherzando. E quando ti mandano al Pronto Soccorso perché il tuo sangue ha i valori sballati, diciamo che uno si rende conto che non si tratta di un’influenza. Con quello che mi disse, andai subito in ospedale, e lì aspettai un po’ finché si resero conto che ero quello degli esami del sangue. Allora con molta efficienza e molto affetto mi portarono in una stanza. Si notava già che la cosa si faceva seria. Subito dopo venne una dottoressa con due studenti di medicina e mi disse: “Che ti succede?”. Ed io le dissi: “Non so. Non è questo il suo lavoro?”. E risi, ed ella mi disse: “Voglio dire, descrivimi i sintomi”. Io le parlai della fatica, della febbre, di certi dolori che avevo, anche di un prurito alle gambe e di alcuni brufolini rosa che io attribuivo a qualche insetto, perché avevo dormito in tenda, ma risultarono essere anch’essi sintomi della leucemia.
Come La informò della malattia?
Ella mi domandava con insistenza se avevo avuto ferite, tagli e come aveva reagito ad essi il mio corpo. Io le dissi di no, ma che un paio di giorni prima, al campeggio, mentre tornavo verso la cappella per celebrare l’Eucaristia, ancora una volta notai che mi costava molto respirare e fare una salita, anche se era abbastanza dolce. Allora mi sdraiai a pancia in giù con la fronte appoggiata sulle braccia ed iniziò a sanguinarmi il naso. Nel rendermene conto - stavo sonnecchiando - mi girai perché non uscisse più sangue. Quando raccontai questo alla dottoressa, fece un gesto come per dire “Oh, Dio mio”, e mi disse: “Hai avuto fortuna, perché se ti fossi addormentato, facilmente saresti morto dissanguato”. Io avevo la piastrine fra 6.000 e 7.000 e credo che la cifra normale sia dalle 150.000 alle 400.000. In quel momento ella mi disse: “Pare che tu abbia la leucemia”. Quella fu la prima diagnosi che mi fecero.
Sapevi che conseguenze aveva quello che avevi appena sentito?
Non avevo molte conoscenze di medicina, ma sapevo che leucemia era una parola “grossa”, che indicava una malattia grave della quale si può morire. Ricevetti la notizia con calma, forse perché la psiche assimila a poco a poco. Credo inoltre che in quello stesso momento non captai totalmente ciò che significava e, d’altro canto, mi preoccupava il campeggio, avvertire i miei superiori, avvisare la mia comunità, la mia famiglia in Irlanda e due amici che vivono negli Stati Uniti.
Quale fu il Suo atteggiamento immediato?
In quelle ventiquattr’ore dovetti prendere un atteggiamento radicale, fondamentale, verso la malattia, che poi non cambiò minimamente.
Ci furono momenti critici?
Quel fine settimana ebbi due o tre eventi gravi che mi sembravano un presagio di morte. Risultò che la leucemia che io avevo attacca, soprattutto, gli occhi e i polmoni. In ospedale, ad un certo punto non riuscivo a respirare, così improvvisamente la camera si riempì di infermiere e di medici, e decisero di portarmi in Pronto Soccorso. La situazione era tale che l’infermiera che mi informò di quello che stava succedendo si mise a piangere.
Quella notte mi fecero anche la prima trasfusione di sangue. Io ero esaurito. Reagii male a quella trasfusione ed iniziai a vomitare violentemente tanto che dovettero interrompere la trasfusione.
Sentì paura in qualche momento?
Non sono un genio, ma non sono neanche sciocco del tutto, perciò mi resi conto che, se avevo la leucemia e il mio corpo stava rifiutando la prima sacca di sangue, allora… la cosa non andava bene.
Molte volte ebbi, per così dire, paura fisica. Ma in due momenti, di quel primo giorno, sentii la minaccia del terrore, una paura psicologica e spirituale dell’ignoto, della morte: la prima volta quando ci fu il rigetto della sacca di sangue, e poi quando, il mattino dopo, svegliandomi, mi resi conto che avevo avuto una seconda emorragia nell’altro occhio. Ero parzialmente cieco di entrambi gli occhi. Era un’oscurità fisica, ma allo stesso tempo era anche un’oscurità psicologica. Ma non me ne lasciai intrappolare.
Come poté superarlo?
Vedo che la vita cristiana e, più concretamente nel mio caso, la vita religiosa, mi aveva preparato a vivere quella situazione. Era già da dieci anni che io invocavo giornalmente e puntualmente la Madonna, perciò feci lo stesso. P. Rafael, il nostro fondatore, ci aveva parlato varie volte di San Francesco Saverio, che, quando si trovava in difficoltà, diceva qualcosa di questo genere: “Signora aiutatemi, non mi aiuterete? Allora, aiutatemi!”. Non è che quella stessa frase mi venisse in mente in quei momenti, ma certamente era come un’abitudine, una necessità della mia anima di far ricorso a nostra Madre nei momenti di prova e di tentazione. E come un riflesso spirituale, così feci, come sempre. Ella venne in mio aiuto.
Un altro pensiero a cui mi aggrappai molte volte era che prima o poi sarei morto. Quella stessa domenica ricevetti l’unzione dei malati, feci una confessione generale di tutta la mia vita e celebrai l’Eucaristia. In quel momento mi vidi e mi sentii bene con Dio e pensai tra me e me: beh, se mi tocca presentarmi al cospetto di Dio, durante un campeggio, quando proclamo la Sua Parola e compio la Sua volontà, non posso proprio lamentarmi. Se mi fosse invece successo quindici anni fa, sarebbe stato molto peggio.
E i medici come vedevano il Suo atteggiamento di fede? Mi aiutò una conversazione che ebbi con il dottore che era il capo dell’équipe che mi curò. Egli mi parlò di una signora che aveva avuto la mia stessa malattia, che era venuta due settimane prima e che era morta. Egli mi disse quello che avevo, le possibilità di vita che mi restavano, e mi spiegò la gravità della malattia: si trattava di cellule difettose che si dividono e si moltiplicano e che invadono tutto il corpo, e che dentro di me c’era una specie di guerra civile. Mi spiegò come colpisce gli occhi e i polmoni, ma tutto questo mi fu spiegato non in modo freddo o clinico, ma con molto calore ed affetto umano. Mentre stava parlando, io mi rendevo conto che la malattia era più grande di me, che non potevo fare nulla dal punto di vista fisico per lottare contro di lei, assolutamente nulla. E che Dio era più grande di me e più grande della malattia, e che la cosa sarebbe andata come Egli voleva.
E il dottore che cosa diceva?
Egli mi stava guardando mentre mi spiegava, come ho detto, e ad un certo momento mi chiese: Come stai ricevendo tutto questo?
Io ero perplesso e nello stesso tempo mi vergognavo un po’ della calma con cui stavo ricevendo tutto, perché la mia reazione risultava strana anche a me stesso, e supponevo che anche a lui stesse succedendo lo stesso. Si notava che pure a lui risultava strano, ma siccome anche lui era un uomo di fede, gli dissi: “Non c’è nulla che io possa fare. Sono nelle tue mani e nelle mani di Dio”. Egli era totalmente d’accordo.
Ha perso la pace in qualche momento?
Ho avuto i miei alti e bassi, momenti in cui non posso dire che ero precisamente gioioso, ma ho sempre avuto pace, sempre. Non ho mai perso la pace nel profondo della mia anima, e neppure la sottomissione alla volontà di Dio, il che non era una questione semplicemente passiva di lasciar fare ma di fiducia. Io sapevo che Dio si curava di me, come lo so adesso, come lo sapevo da quando mi lasciai incontrare da Lui. Sapevo che Egli può tutto, che sa tutto e che Egli mi ama, che è mio Padre. E questo non era un atteggiamento solamente intellettuale ma vissuto, con tutta la mia persona.
In un primo momento non scoprirono il tipo di leucemia che Lei aveva, come lo scoprirono poi?
Passai un mese nell’ospedale di Scranton, Pennsylvania. E lì ricevetti il primo trattamento. Poi fui trasferito alla Clinica Mayo a Jacksonville, Florida, dove avrei continuato con il trattamento. Andai là perché è dove si trova l’università Ave Maria, dove io lavoravo, e pensavo che tra una sessione e l’altra di chemioterapia avrei potuto mantenere un’attività minima di lavoro. Ma lì cambiarono la diagnosi. Nell’uscire dal primo ospedale mi avevano detto che avevo una leucemia di un tipo tra i meno maligni, anzi il più benigno di tutti, e che avevo una percentuale di sopravvivenza e di recupero del settantacinque o ottanta percento. Ma nella Clinica Mayo fecero analisi più approfondite e si resero conto che c’era stata una duplicazione, un’anomalia nei cromosomi che poteva non dare problemi o che poteva cambiare tutto. Per tutto un fine settimana il dottore fece delle ricerche e scoprì che quello che io avevo era un tipo rarissimo di leucemia, che in tutta la storia della medicina c’erano stati solo otto casi conosciuti, e tutti erano morti, e nessuno aveva risposto neanche alla chemioterapia. Cioè, tutti erano morti subito, e proprio questa era la leucemia di cui soffrivo: essa era molto aggressiva e maligna.
Pertanto, la possibilità di sopravvivenza diminuì ad un quaranta percento, con sessioni di chemioterapia ed un trapianto di midollo, che è il trattamento totale e più aggressivo che ci sia. Ciò implicava trovare un donatore.
Qual fu la sua riflessione di fronte a questa notizia?
In tutto questo vidi che la vita genera la vita e la morte genera la morte. La cultura della morte genera morte. Quando i miei genitori si sposarono, mio padre aveva trentadue anni e mia mamma trentuno, e dieci anni dopo avevano nove figli, nessun gemello e nessuna femmina. Questo fu un fattore importante in quel frangente, perché aumentò moltissimo le probabilità di sopravvivenza, avendo più possibilità di donatori compatibili. I medici e le infermiere me lo hanno ripetuto molte volte, il fatto che mio fratello avesse una compatibilità perfetta fu il fattore più importante e cruciale di tutto il processo. Ringrazio Dio, la generosità e l’apertura alla vita dei miei genitori e ringrazio mio fratello.
Qual era il suo stato quando passò la fase critica e ritornò a casa?
In varie fasi durante la malattia dovetti raccogliermi psicologicamente e spiritualmente e ritirarmi nel silenzio e nella solitudine per poter assimilare e “adattarmi”. Io so che ciò fece soffrire la gente intorno a me, perché volevano aiutarmi. Dovettero soffrire un poco il dolore della Vergine perché potevano aiutarmi solo con la preghiera e l’affetto, e certamente ciò mi sosteneva moltissimo. Fu una vera ondata di preghiere e di amore che molte volte quasi palpavo.
Si potrebbe dire che era caduto in depressione?
Capisco la domanda, perché potevo dare quell’impressione, ma non lo vedo così, perché in nessun momento mi sentii triste. Di malumore spesso, ma mai con Dio. Impaziente, irritabile, nervoso in
compagnia della gente, sì. Non so se era dovuto alla malattia o al mio caratteraccio, ma sentivo il bisogno di stare solo. La comunicazione con gli altri mi costava enormemente. Io chiedevo alla gente: preghiera, preghiera, preghiera. E io stesso pregavo, pregavo, pregavo, e mi abbandonavo nelle mani di Dio.
Che cosa ha riportato da tutta quest’esperienza di sofferenza?
Vedo che tutta quest’esperienza mi ha addomesticato ed ammansito un po’, ed ho una sana paura di perdere questo. Il prezzo può sembrare alto, ma quando il premio è l’unione con Gesù Cristo e l’identificazione con Lui, non c’è alcun prezzo che sia troppo alto. La sofferenza mi ha arricchito moltissimo come persona e come sacerdote, e spero di tutto cuore di non perdere mai questa ricchezza. Ringrazio Dio per la fede, perché con essa tutto acquista un senso.
Non voglio terminare senza esprimere la mia riconoscenza speciale al mio Superiore, P. Félix, che abbandonò gli studi dottorali per volare negli Stati Uniti e rimase al mio fianco per tutto il Calvario di tubi ed aghi dall’inizio alla fine. La sua generosità, amicizia, vicinanza, mi fa sentire orgoglioso di essere Servo del Focolare della Madre.
© Rivista HM º142 Maggio/Giugno 2008







