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maxDi S.lla M. Elena Sánchez, S.H.M..

Rolando Rivi è un seminarista di 14 anni proclamato martire da Papa Francesco il 28 marzo 2013.

“Non ho paura né sono spaventato.
Non posso nascondermi. Appartengo a Dio”.

Il giovane seminarista nacque nel 1931 a San Valentino (RE), era il secondo figlio di due massai profondamente religiosi, Roberto e Albertina.

All’età di appena 11 anni, Rolando decise di entrare in seminario e l’1 ottobre 1942 vestì la talare. Come ricordano i suoi compagni, il giovane li animava.
“Un giorno, con l’aiuto di Dio, saremo sacerdoti. Io sarò missionario. Voglio portare Gesù a coloro che non Lo conoscono”.
“Il nostro dovere come sacerdoti è pregare molto e salvare anime per portarle in Paradiso”,
diceva loro.

Con l’invasione tedesca dell’Italia nel 1944 e la chiusura del seminario dove studiava, Rolando vide interrotta la sua formazione senza aver ricevuto neanche gli ordini minori. Ciononstante, il giovane non smise di vestire la talare durante il suo appoggio all’Azione Cattolica e al catechismo.

I suoi genitori lo supplicavano che si togliesse la talare,
poiché diversi gruppi comunisti, dedicati al sabotaggio contro i nazisti, esprimevano anche il loro odio per la Chiesa assassinando vari sacerdoti nella regione.
“Perché? Che male faccio se la porto?”, chiedeva Rolando.
“Non ho nessuna ragione per smettere di usarla. Studio per diventare sacerdote e devo vestire mostrando che appartengo a Gesù”, assicurava, nonostante avesse già ricevuto insulti da partigiani comunisti nel suo paese.
“Non ho paura né sono spaventato. Non posso nascondermi. Appartengo a Dio”.


Nonostante il pericolo, il giovane continuò ad aiutare nella parrocchia del suo paese insieme al parroco, Don Olinto Marocchini, e al curato Don Alberto Camellini, che furono anch’essi vittime di aggressioni da parte dei comunisti.

Il 10 aprile 1945 suonò l’organo durante la Messa che celebrò P. Marzocchini in parrocchia. Al termine dell’Eucaristia, vestito con la sua talare, raccolse le sue cose e attraversò il bosco che lo separava dalla sua casa, alla quale non giunse mai. Dopo una ricerca disperata di tre giorni il padre di Rolando, insieme a P. Camellini, trovò il suo cadavere pieno di segni di tortura e martirio. Rolando sofferse per tre giorni torture ed umiliazioni, con insulti a Dio, a Cristo e alla Chiesa.

I partigiani comunisti iniziarono a tormentare il giovane seminarista togliendogli la talare e colpendolo duramente con una cintura. Dopo aver terminato la tortura, i partigiani
comunisti lo portarono fra gli alberi, lasciando una striscia di sangue dietro di sé. I suoi aguzzini lo lasciarono pregare per i suoi genitori e per i suoi assassini. Poi i comunisti gli spararono due volte, alla testa e vicino al cuore. Dopo averlo mezzo sepolto, gli assassini presero la talare di Rolando e la annodarono per utilizzarla come pallone da calcio.

Rolando venne sepolto formalmente il 29 maggio, dopo la liberazione dell’Italia, ricevendo l’omaggio di tutti i fedeli del popolo. La sua tomba divenne un luogo di pellegrinaggio e diverse guarigioni furono attribuite alla sua intercessione. La diocesi di Modena aprì la causa di beatificazione di Rolando nel 2006.

©Rivista HM º172 Maggio-Giugno 2013

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