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PERNADA

Il «Diritto della prima notte” e il buonsenso

Di Sr. Beatriz Liaño, SHM

Il “diritto della prima notte” non è mai esistito nell’Europa medievale. Non ho bisogno di presentare documenti per proclamarlo senza alcuna titubanza. Inoltre, mi basta il buonsenso per sostenere la mia affermazione.

Il “diritto della prima notte” non è mai esistito nell’Europa medievale. Non ho bisogno di presentare documenti per proclamarlo senza alcuna titubanza. Inoltre, mi basta il buonsenso per sostenere la mia affermazione. Voi credete che, nell’Europa di San Benedetto, San Bernardo, Santo Domenico di Guzman, San Francesco e Santa Chiara d’Assisi, San Bonaventura, San Tommaso d’Aquino, dei santi re Ferdinando d’Aragona e Luigi di Francia e dei tanti altri santi che si potrebbero elencare, si sarebbe permesso che tutte le donne iniziassero la loro vita matrimoniale con un peccato di adulterio, ovvero con un peccato mortale? Neanche per sogno. La leggenda del presunto “diritto della prima notte” è un’altra delle tante falsità con cui si tenta di diffamare e calunniare la Chiesa, in particolare nei secoli in cui Cristo trionfò a tal punto che l’Europa era identificata e conosciuta come la “Cristianità”. Non nego che il Medioevo avesse i suoi limiti e non tutto fosse perfetto. Ma fu un’epoca in cui - secondo le parole di Papa Leone XIII - la “filosofia del Vangelo governava la società” e “la società trasse da tale ordinamento frutti inimmaginabili” (Immortale Dei).

Dopo questa impetuosa introduzione, probabilmente alcuni lettori si staranno domandando cosa sia il “diritto della prima notte”. Basta navigare in internet per trovare migliaia di pagine che proclamano fino allo sfinimento questo presunto privilegio che avrebbero avuto i signori feudatari di “iniziare” sessualmente, la notte stessa delle nozze, le giovani che contraevano matrimonio nei loro territori. Questo implicherebbe che, una volta celebrato il matrimonio, il novello sposo doveva accettare la tremenda umiliazione di accompagnare la sposa al castello del padrone del feudo in cui vivevano, affinché quest’ultimo potesse soddisfare fino alla mattina seguente i suoi desideri sessuali. E noi dovremmo credere che tutto questo si realizzasse in modo legale, con la complicità della Chiesa e senza provocare crisi sociali.

Di fronte a ciò, ci sarà sempre chi potrà citare presunti documenti storici, riferimenti a canti popolari o sentenze giudiziarie che facciano eco all’ipotetico “diritto della prima notte”. Beh, che non se la prendano troppo male, ma data la mancanza di moralità di tanti eruditi di ieri e di oggi - per i quali l’ideologia supera per importanza la verità - se non vedo il documento, non credo che esista. È molto facile citare documenti e fonti inesistenti che trasformino il Medioevo in un’epoca di “tenebre e superstizione religiosa”. I tanti nemici della Chiesa Cattolica - come certi settori delle Chiese protestanti o la massoneria - da secoli si impegnano in questa impresa. Il ricercatore francese Alain Boureau dimostra che tale pratica, che si presume erroneamente generalizzata durante il Medioevo, non è menzionata espressamente in alcun testo medievale. Come potrebbe essere esistita per secoli una pratica di tale rilevanza senza comparire nei testi letterari o giuridici del tempo?

Supponiamo comunque che sì, che si trovi un documento in cui si parla del “diritto della prima notte”. Non solo voglio vedere il documento in questione e comprovarne l’autenticità, ma voglio anche che un esperto di storia e filologia medievale - persona, ovviamente di provata scienza e onestà - mi spieghi cosa significano esattamente le parole contenute, scritte così tanti secoli fa e che hanno potuto modificare il loro significato etimologico con il passare degli anni, dando luogo a importanti equivoci. Grazie a Dio ci sono molti studiosi che si sforzano - con rigore scientifico - di smontare questa specie di complotto operato da alcuni storici contro il Medioevo. Su di essi mi baso per continuare la mia argomentazione.

PERNADA 2 Lo “Ius primae noctis”, cioè il diritto della prima notte, questo sì compare nei codici di diritto medievale. Bene, ma cosa significa “Ius primae noctis”? Perché la leggenda creata a partire da quest’espressione non ha nulla a che vedere con il diritto che difendeva. Innanzitutto bisogna comprendere la situazione dei contadini nell’epoca feudale che ci interessa. I contadini erano chiamati “servi della gleba”. La storica francese Régine Pernoud spiega che i “servi della gleba” ottenevano in concessione dal loro signore, proprietario del feudo, un lotto di terra sufficiente a mantenere se stessi e la loro famiglia. In cambio il contadino consegnava al signore una porzione del raccolto e offriva inoltre certi servizi in altre terre del padrone. Il cristianesimo regalò all’umanità il concetto di persona e, pertanto, i servi della gleba non avevano niente a che vedere con gli schiavi delle società antiche. Una volta che il servo della gleba aveva pagato quanto doveva al signore, non aveva più obbligazioni nei suoi confronti, salvo il divieto di abbandonare la terra che coltivava. Questa era l’unica restrizione alla sua libertà che subiva, ma era una limitazione relativa, poiché se è vero che non poteva abbandonare la terra, è altrettanto vero che non poteva neanche esserne spogliato. Ciò dava al servo una stabilità economica piuttosto grande, dal momento che il signore del feudo era anche obbligato a provvedere alle necessità dei propri servi nei periodi di carestia, a difenderli con il suo esercito dalle incursioni dei nemici... in fin dei conti, erano più numerosi i vantaggi che gli svantaggi. Se almeno le grandi aziende di oggi si occupassero dei loro impiegati come il sistema feudale si curava dei servi della gleba!

Perché il servo non poteva abbandonare la terra che riceveva dal signore? Perché avrebbe rappresentato un danno per il padrone. In quei tempi, la terra abbondava ma le braccia per lavorarla non erano sempre sufficienti, date le rudimentali tecniche agricole e l’elevato tasso di mortalità. Perdere servi poteva significare una grave peggioramento per l’economia del feudo. Per questo, per molto tempo, ai contadini era proibito contrarre matrimonio fuori dal feudo di appartenenza. La Chiesa protestò contro quella che considerava una “violazione dei diritti familiari”. Régine Pernoud, specialista nella storia del Medioevo riconosciuta a livello mondiale, spiega che, a partire dal X secolo e per liberare il servo da tale soggezione “si stabilì l’usanza di reclamare un indennizzo monetario al servo che abbandonasse il proprio feudo per contrarre matrimonio in un altro. Nacque così lo ‘Ius primae noctis’, del quale si sono dette tante sciocchezze: si trattava solo del diritto ad autorizzare il matrimonio dei contadini al di fuori del feudo. Ma siccome nel Medioevo tutto si traduceva in una cerimonia, tale diritto diede luogo a gesti simbolici di cui si è esagerata la portata: come per esempio posare la mano o la gamba sul letto coniugale, da cui l’impiego di particolari termini giuridici che hanno suscitato interpretazioni maliziose completamente erronee”. Che si desse il caso di aggressioni e violenze sessuali da parte di alcuni signori feudatari, sicuramente sì, poté accadere, ma sempre come abuso e non come un diritto istituito: sono due cose molto diverse..

Vittorio Messori, prestigioso storico della Chiesa, riafferma che nell’Europa occidentale e cattolica non è esistito il “diritto della prima notte”, anche se, per disgrazia, questa abitudine è stata riscontrata in alcune tribù africane, nell’America precolombiana e nelle caste sacerdotali di certe religioni non cristiane, come nel caso del Buddhismo.

Il cardinale Giacomo Biffi, nel suo prologo all’eccellente libro di Vittorio Messori “Pensare la storia. Una lettura cattolica dell’avventura umana”, commenta la sua preoccupazione riguardo al fatto che gli sembra che “il corpo della cristianità attuale sia afflitto, diciamo così, da deficienza immunitaria”, ossia non si difende dagli attacchi. La propaganda anticattolica ha agito così bene che, quando si parla male della Chiesa, invece di reagire cercando di appurare al verità, crediamo tutto di primo acchito, abbassiamo la testa e, vergognandoci, chiediamo perdono. È un fatto che chisi vergogna della Chiesa e della sua storia “è oggettivamente posto in grave pericolo di perdere la fede”. È vero che dentro la Chiesa ci sono stati - e tutt’ora ci sono - molti peccatori. Ma è altrettanto vero che la maggior parte delle leggende che circolano contro di essa sono false. Se sicuramente ci sono state delle ombre nella sua storia, il bilancio totale dopo venti secoli è che “le luci prevalgono ampiamente sulle tenebre”. Non sono io a dirlo, ma il professor Léo Moulin, un ex-massone definito da Messori un “razionalista, di un agnosticismo che confina con l’ateismo”, che fu professore si Storia e Sociologia all’Università di Bruxelles per mezzo secolo ed è uno degli intellettuali più prestigiosi d’Europa.

Cerchiamo la verità, amiamo la verità e proclamiamo la verità, anche sulla nostra Madre Chiesa.

©Rivista HM; nº204 Novembre-Dicembre 2018

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