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Giubileo Straordinario della Misericordia8 dicembre 2015 - 20 novembre 2016.

36ª settimana del Giubileo della Misericordia: 8 - 14 agosto 2016

La misericordia autenticamente cristiana è pure, in certo senso, la più perfetta incarnazione dell'«eguaglianza» tra gli uomini, e quindi anche l'incarnazione più perfetta della giustizia, in quanto anche questa, nel suo ambito, mira allo stesso risultato. L'eguaglianza introdotta mediante la giustizia si limita però ambito dei beni oggettivi ed estrinseci, mentre l'amore e la misericordia fanno si che gli uomini s'incontrino tra loro in quel valore che è l'uomo stesso, con la dignità che gli è propria. In pari tempo, l'«eguaglianza» degli uomini mediante l'amore «paziente e benigno» non cancella le differenze: colui che dona diventa più generoso quando si sente contemporaneamente gratificato da colui che accoglie il suo dono; viceversa, colui che sa ricevere il dono con la consapevolezza che anch'egli, accogliendolo, fa del bene, serve da parte sua alla grande causa della dignità della persona, e ciò contribuisce a unire gli uomini fra di loro in modo più profondo.

Cosi dunque, la misericordia diviene elemento indispensabile per plasmare i mutui rapporti tra gli uomini, nello spirito del più profondo rispetto di ciò che è umano e della reciproca fratellanza. È impossibile ottenere questo vincolo tra gli uomini se si vogliono regolare i mutui rapporti unicamente con la misura della giustizia. Questa, in ogni sfera dei rapporti interumani, deve subire, per così dire, una notevole «correzione» da parte di quell'amore il quale - come proclama san Paolo - «è paziente» e «benigno» o, in altre parole, porta in sé i caratteri dell'amore misericordioso tanto essenziali per il Vangelo e per il cristianesimo. Ricordiamo, inoltre, che l'amore misericordioso indica anche quella cordiale tenerezza e sensibilità di cui tanto eloquentemente ci parla la parabola del figliol prodigo, o anche quelle della pecorella e della dramma smarrita. Pertanto, l'amore misericordioso è sommamente indispensabile tra coloro che sono più vicini: tra i coniugi, tra i genitori e i figli, tra gli amici; esso è indispensabile nell'educazione e nella pastorale.

Il suo raggio d'azione, però, non trova qui il suo termine. Se Paolo VI indicava a più riprese la «civiltà dell'amore»' come fine a cui debbono tendere tutti gli sforzi in campo sociale e culturale, come pure in campo economico e politico, occorre aggiungere che questo fine non sarà mai conseguito, se nelle nostre concezioni ed attuazioni, relative alle ampie e complesse sfere della convivenza umana, ci arresteremo al criterio dell'«occhio per occhio, dente per dente» e non tenderemo invece a trasformarlo essenzialmente, completandolo con un altro spirito. Di certo, in tale direzione ci conduce anche il Concilio Vaticano II quando, parlando ripetutamente della necessità di rendere il mondo più umano,' individua la missione della Chiesa nel mondo contemporaneo appunto nella realizzazione di tale compito. Il mondo degli uomini può diventare sempre più umano solo se introdurremo nel multiforme ambito dei rapporti interumani e sociali, insieme alla giustizia, quell'«amore misericordioso» che costituisce il messaggio messianico del Vangelo.


"Signor mio, Re eterno, Dio e uomo vero, guardami con amore, visto che Ti sei voluto fare uomo per morire per noi. Ascoltami, poiché spero in Te" (Sant'Ambrogio)

Giovanni Paolo II, durante una visita al campo di concentrazione di Auschwitz, ricordò San Massimiliano Kolbe con queste parole: "Massimiliano Kolbe fece come Gesù, non soffrì la morte, bensì offrì volontariamente la vita". Cerchiamo di vivere la settimana con questa prospettiva. Non essere solo capaci di sopportare il male, ma farsi avanti nel fare il bene e nel donare tutto prima al Signore.

Questa settimana preghiamo per la pace nel mondo. Offriamo le nostre preghiere e i nostri sacrifici particolarmente per i cristiani perseguitati nei paesi d’Oriente e per le vittime della violenza, soprattutto in Siria.


Entrato in Cafàrnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: "Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente". Gli disse: "Verrò e lo guarirò".

Ma il centurione rispose: "Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di' soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Pur essendo anch'io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: "Va!", ed egli va; e a un altro: "Vieni!", ed egli viene; e al mio servo: "Fa' questo!", ed egli lo fa".

Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: "In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall'oriente e dall'occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori, nelle tenebre, dove sarà pianto e stridore di denti". E Gesù disse al centurione: "Va', avvenga per te come hai creduto". In quell'istante il suo servo fu guarito.

“Signore, . . . io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto” (Lc 7, 6). 

Carissimi fratelli e sorelle.

Queste parole ci sono familiari. Le pronunciamo prima della Comunione, ogni volta che partecipiamo alla Messa...

E stato Cristo stesso a darci l’Eucaristia. L’ha data una volta per tutte offrendosi sulla Croce “per la vita del mondo”. In realtà, durante l’ultima Cena istitui il sacramento del suo Corpo e del suo Sangue sotto la specie del pane e del vino, e comandò agli apostoli di rinnovare quel memoriale - “in memoria di lui” - finché egli venga. Cristo stesso diede a loro, e dà a noi, il suo Corpo come cibo e il suo Sangue come bevanda spirituale.

L’Eucaristia, che è celebrata continuamente nella Chiesa, è contemporaneamente sacrificio e banchetto. Contiene tutta la ricchezza spirituale della Chiesa: Cristo stesso, nella pienezza della sua umanità e nella sua divina meravigliosa uguaglianza con il Padre. È il centro stesso dell’assemblea dei fedeli cui presiede il sacerdote (cf. Presbyterorum Ordinis, 5). Il Concilio Vaticano II enuncia chiaramente che nessuna comunità cristiana può essere costruita a meno che abbia la sua base e il suo centro nella celebrazione dell’Eucaristia, dalla quale deve prendere le mosse qualsiasi educazione tendente a formare lo spirito di comunità (cf. Presbyterorum Ordinis, 6). Effettivamente il Concilio non esita a dichiarare che la principale manifestazione della Chiesa consiste nella partecipazione piena e attiva del Popolo santo di Dio all’Eucaristia cui presiede il Vescovo, circondato dai suoi sacerdoti e ministri (cf. Sacrosanctum Concilium, 41). Ogni altra cosa nella vita della Chiesa è orientata a questo.

Le parole “Signore, . . . io non sono degno” (Lc 7, 6) furono pronunciate per la prima volta da un centurione romano, un uomo che era un soldato nella terra di Israele. Benché fosse uno straniero e un pagano, amava il popolo d’Israele, tanto che - come ci dice il Vangelo - aveva perfino costruito una sinagoga, una casa di preghiera (cf. Lc 7, 5). Per questo motivo i Giudei appoggiarono caldamente la richiesta che voleva fare a Gesù, di guarire il suo servo. Rispondendo al desiderio del centurione, Gesù s’incamminò verso la sua casa. Ma ora il centurione, volendo prevenire l’intento di Gesù, gli disse: “Signore, non stare a disturbarti, perché io non sono degno che tu venga sotto il mio tetto; ecco perché non mi sono neanche ritenuto degno di venire da te. Ma comanda con una parola e il mio servo sarà guarito (Lc 7, 6-7). Cristo accedette al desiderio del centurione, ma nello stesso tempo “restò ammirato” dalle parole del centurione e rivolgendosi alla folla che lo seguiva disse. “Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande” (Lc 7, 9).

Se ripetiamo le parole del centurione quando ci accostiamo alla Comunione, lo facciamo perché queste parole esprimono una fede che è forte e profonda. Le parole sono semplici, ma in un certo senso contengono la verità fondamentale la quale dice chi è Dio e chi è l’uomo. Dio è il santo, il creatore che ci dà la vita e che ha fatto tutto ciò che esiste nell’universo. Noi siamo creature e suoi figli, bisognosi di essere guariti dai nostri peccati.

In una società altamente sviluppata come la vostra, dove ognuno ha abbastanza da mangiare, dove l’istruzione e l’assistenza sanitaria sono a disposizione di tutti, dove è stato raggiunto un livello elevato di giustizia sociale, è facile perdere di vista il Creatore, dalle cui mani amorose viene ogni cosa. È facile vivere come se Dio non esistesse. Infatti un tale atteggiamento presenta una potente attrattiva, perché potrebbe sembrare che il riconoscer Dio come origine e fine di ogni cosa possa ridurre l’indipendenza dell’uomo e imporre limiti inaccettabili all’azione dell’uomo. Ma quando ci dimentichiamo di Dio perdiamo presto di vista il significato più profondo della nostra esistenza, non sappiamo più chi siamo (cf. Gaudium et Spes, 36). Non è forse questo un elemento importante della insoddisfazione così comune nelle società altamente sviluppate?

Non è forse d’importanza fondamentale per il nostro benessere psicologico e sociale udire la voce di Dio nella meravigliosa armonia dell’universo? Non è forse liberante riconoscere che la stabilità, la verità, la bontà e l’ordine che la mente umana non finisce di scoprire nel cosmo sono un riflesso della unità, della verità, della bontà e della bellezza del Creatore stesso?

Una sfida radicale che si pone alla famiglia umana alla fine del XX secolo è l’uso saggio e responsabile delle risorse della terra, il che significa rispetto per i limiti ai quali queste risorse sono necessariamente soggette. Fare questo significa rispettare la volontà del Creatore. E nelle cose umane, la sfida è la costruzione di un mondo di giustizia, di pace e d’amore, nel quale siano difese e appoggiate la vita e la pari dignità di ogni uomo, senza discriminazione. Agire in questo modo significa riconoscere il volto di Dio in ogni volto umano, specialmente nelle lacrime e sofferenze di coloro che anelano ad essere amati o trattati con giustizia.

Nessuna persona può risolvere da sola tutti i problemi del mondo. Ma ogni atto di bontà è un importante contributo ai cambiamenti che tutti auspichiamo. Fu dalla profonda ispirazione di un senso di giustizia che Einar Asmundsson accolse nella sua casa padre Baudoin, uno straniero, rimasto privo di tutto. Questo atto ebbe conseguenze di una portata molto maggiore di quanto Einar Asmundsson avrebbe potuto immaginare. È così che ogni nostra buona azione costituisce una vittoria per la giustizia, la pace e la dignità umana. Ma il nostro egoismo e la nostra mancanza di coraggio morale portano alla persistenza e perfino al rafforzamento dell’ingiustizia nel mondo.

Le parole del centurione sono la voce della creatura che dà lode al Creatore per la sua generosità e bontà. Quelle parole contengono addirittura l’intero Vangelo: l’intera buona Novella della nostra salvezza. Danno testimonianza del dono meraviglioso di Dio stesso, espresso nella Parola di vita. Dio conferisce all’uomo un dono assolutamente gratuito - una partecipazione alla sua stessa natura divina. Dona alle sue creature la vita eterna in Cristo. L’uomo è graziato da Dio.

La fede del centurione romano fu grande. tra consapevole quanto fosse stato “graziato da Cristo”. Sapeva di non essere degno di un simile dono, e che questo dono era infinitamente più grande di quanto lui, semplice uomo, avrebbe mai potuto realizzare o anche desiderare, perché il dono è realmente soprannaturale. La meraviglia di questo dono è che ci dà la possibilità di conseguire l’oggetto della nostra più profonda aspirazione. vivere per sempre in unione intima con Dio, fonte di ogni bene. Nella Eucaristia partecipiamo sacramentalmente a questo stesso dono. La Eucaristia è un memoriale della Passione e morte di Gesù: ci riempie di grazia, ed è segno della nostra futura gloria. Attraverso la fede dobbiamo costantemente rinnovare la nostra gratitudine per il dono divino.

In Cristo, che è il dono divino, il dono del Vangelo, il dono dell’Eucaristia è offerto a ognuno. Ognuno è invitato a diventare membro della “famiglia della fede” (cf. Gal 6, 10). In questa Chiesa non vi sono “stranieri”. Perfino chi viene da “un Paese distante”, da molto lontano, è “in casa” nella Chiesa. È ciò che dice la prima lettura odierna dal libro dei Re: quando Salomone dedica il grande tempio di Gerusalemme, prega perché “tutti i popoli della terra conoscano il tuo nome” (1 Re 8, 43). Nonostante le differenza di razza, di nazionalità, di lingua e di cultura, tutti sono chiamati a partecipare in pari misura all’unità e alla fratellanza del Popolo di Dio. Pur rendendoci conto che la storia ha lasciato a noi cristiani quelle divisioni e differenze di fede che rendono impossibile per noi partecipare insieme all’Eucaristia, proclamiamo ardentemente che venga il momento quando la preghiera di Cristo troverà una piena risposta, che tutti possano essere una cosa sola, affinché il mondo creda (cf. Gv 17, 21).

“Lodate il Signore, popoli tutti, / voi tutte, nazioni, dategli gloria; / perché forte è il suo amore per noi / e la fedeltà del Signore dura in eterno” (Sal 116, 1-2).

Oggi la Chiesa canta dunque queste parole - dovunque si riuniscono cristiani per celebrare l’Eucaristia domenicale, come stiamo facendo noi su questa isola dell’Atlantico del Nord, in Islanda! In tante lingue differenti, le parole del centurione vengono ripetute. “Signore, . . . io non sono degno”. Queste parole - come quelle del Salmo - parlano dei doni di Dio ad ognuno di noi: la nostra vita, la nostra famiglia, la realizzazione della nostra società, la nostra fede, ed il più grande di tutti i doni di Dio, il suo Figlio unigenito, Gesù Cristo.

“Signore, . . . io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma comanda con una parola e io sarò guarito” (cf. Lc 7, 6).


Maximilian KolbeQuesta settimana ci affidiamo a San Massimiliano Maria Kolbe, martire della carità, la quale festa si celebra il 14 agosto.  Il grande amore che sentiva verso l'Immacolata lo portò alla massima generosità e alla piena donazione della propria vita.

Fonte: vatican.va.

Massimiliano Maria Kolbe nacque a Zdunska-Wola (Lodz) nella Polonia centrale, l'8 gennaio 1894, e fu battezzato lo stesso giorno col nome di Raimondo. La famiglia si trasferì poi a Pabianice dove Raimondo frequentò le scuole primarie, avvertì un misterioso invito della B. Vergine Maria ad amare generosamente Gesù e sentì i primi segni della vocazione religiosa e sacerdotale. Nel 1907 Raimondo venne accolto nel Seminario dei Frati Minori Conventuali di Leopoli, dove frequentò gli studi secondari e più chiaramente comprese che per corrispondere alla vocazione divina doveva consacrarsi a Dio nell'Ordine francescano. Il 4 settembre 1910 incominciò il noviziato col nome di fra Massimiliano, e il 5 settembre 1911 emise la professione semplice.

Per proseguire la sua formazione religiosa e sacerdotale fu trasferito a Roma, dove dimorò dal 1912 al 1919, presso il "Collegio Serafico Internazionale" dell'Ordine. Qui fra Massimiliano continuò ad assimilare quelle virtù religiose che già lo rivelavano un degno ed esemplare figlio di S. Francesco, e lo preparavano a diventare un autentico sacerdote di Cristo. Emise la professione solenne il 1° novembre 1914 col nome di Massimiliano Maria. Conseguì nel 1915 la laurea in filosofia, e nel 1919 quella in teologia. Ordinato sacerdote il 28 aprile 1918 celebrava la Prima Messa nel giorno successivo nella Chiesa di S. Andrea delle Fratte, all'altare che ricorda l'Apparizione della Vergine Immacolata ad Alfonso Ratisbonne.

Una formazione spirituale soda e sicura aveva aperto lo spirito di fra Massimiliano ad una acuta penetrazione e profonda contemplazione del mistero di Cristo. Come i teologi francescani egli ama contemplare nel piano salvifico di Dio la Volontà del Padre il quale per mezzo del Figlio e nello Spirito Santo crea. santifica e salva un mondo in cui il Verbo Incarnato e Redentore costituisce il punto finale dell'amore di Dio che si comunica e il punto di convergenza dell'amore delle creature che a Dio si riferiscono; e nello stesso disegno di Dio ama contemplare la presenza di Maria Immacolata che sta al vertice della partecipazione e della collaborazione rispetto alla Incarnazione Redentrice e all'azione santificante dello Spirito. Si sentiva inoltre fortemente e responsabilmente inserito nella storia e nella vita della Chiesa, come in quella del suo Ordine Francescano; e ardeva del desiderio di operare alla edificazione e difesa del Regno di Dio, sotto il patrocinio di Maria Immacolata, e di impegnare i confratelli ad un rinnovato filiale e cavalleresco servizio alla Madre di Dio.

Questi sentimenti di fede e propositi di zelo, che Massimiliano sintetizza nel motto: " Rinnovare ogni cosa in Cristo attraverso l'Immacolata ", stanno alla base della istituzione della " Milizia di Maria Immacolata " (M.I.), cui aveva dato statuto e vita il 16 ottobre 1917; come pure costituiscono il fermento che animerà tutta la vita spirituale e apostolica del P. Massimiliano, fino al suo martirio di carità.

Nel 1919 P. Massimiliano è di nuovo in Polonia dove, nonostante le difficoltà di una grave malattia che lo costringe a prolungate degenze nel sanatorio di Zakopane, si dedica con ardore all'esercizio del ministero sacerdotale e alla organizzazione della M.I. Nel 1919 a Cracovia ottiene il consenso dell'Arcivescovo a stampare la " Pagella di iscrizione " alla M.I. e può reclutare fra i fedeli i primi militi dell'Immacolata. Nel 1922 dà inizio alla pubblicazione di " Rycerz Niepokalanej " (Il Cavaliere dell'Immacolata), Rivista ufficiale della M.I.; mentre a Roma il Cardinale Vicario approva canonicamente la M.I. come " Pia Unione ". In seguito la M.I. troverà adesioni sempre più numerose tra sacerdoti, religiosi e fedeli di molte nazioni, attratti dal programma del Movimento mariano e dalla fama di santità del fondatore.

In Polonia intanto P. Massimiliano ottiene di poter costituire nel Convento di Grodno un centro editoriale autonomo che gli consente di pubblicare con più proficua redazione e diffusione "Il Cavaliere " per "portare l'Immacolata nelle case, affinché le anime avvicinandosi a Maria ricevano la grazia della conversione e della santità ".

È una esperienza di vita spirituale e apostolica che dura cinque anni e prepara la programmazione di un'altra. impresa. Nel 1927 P. Kolbe dà inizio alla costruzione, nei pressi di Varsavia, di un Convento-città, che chiamerà "NIEPOKALANÓW" (Città dell'Immacolata). Fin dagli inizi Niepokalanów assunse la fisionomia di una autentica " Fraternità francescana " per l'importanza primaria data alla preghiera, per la testimonianza di vita evangelica e la alacrità del lavoro apostolico. I frati, formati e guidati da P. Massimiliano vivono in conformità alla Regola di S. Francesco nello spirito della consacrazione all'Immacolata, e collaborano tutti nella attività editoriale e nell'uso di altri mezzi di comunicazione sociale per l'incremento del Regno di Cristo e la diffusione della devozione alla Beata Vergine. Ben presto Niepokalanów diventa perciò un importante e fecondo centro vocazionale che accoglie i sempre più numerosi aspiranti alla vita francescana nei suoi seminari, e un centro editoriale che pubblica in aumentata tiratura: " Il Cavaliere ", altre riviste per giovani e ragazzi e altre opere di divulgazione e formazione cristiana.

Da Niepokalanów, come già da Roma, lo sguardo di P. Kolbe spazia sul mondo spinto dall'amore verso Cristo e Maria. " Per l'Immacolata al cuore di Gesù, ecco la nostra parola d'ordine... e poiché la consacrazione di Niepokalanów è incondizionata, così essa non esclude l'ideale missionario... Non desideriamo infatti consacrare soltanto noi stessi all'Immacolata, ma vogliamo che tutte le anime del mondo si consacrino a Lei ". Nel 1930 P. Kolbe, missionario di Cristo e di Maria, parti per l'Estremo Oriente. Nel mese di aprile approdò in Giappone e raggiunse Nagasaki, dove, accolto benevolmente dal Vescovo, dono armena un mese era in grado di pubblicare in lingua giapponese " Il Cavaliere dell'Immacolata ". Fu poi costruito sulle vendici del monte Hicosan alla periferia di Nagasaki un nuovo Convento-città che prese il nome di " Mugenzai no Sono " (Giardino dell'Immacolata), e in cui P. Kolbe organizzò e formò la nuova comunità francescana missionaria. sul tino di quella di Niepokalanów. I risultati si rivelarono presto assai confortanti. Si moltiplicavano conversioni e battesimi, e tra i giovani battezzati maturavano vocazioni religiose e sacerdotali, per cui anche Mugenzai no Sono divenne fecondo centro vocazionale e sede di un noviziato e di un seminario filosofico-teologico. L'attività editoriale arrivò a pubblicare " Il Cavaliere ", con una tiratura di 50.000 copie e in una redazione perfezionata che il Vescovo di Nagasaki riconobbe corrispondente "alla mentalità dei Giapponesi fino a destare entusiasmo e favorevoli consensi, e fino ad arrivare a seminare nei cuori pagani l'ammirazione prima, e poi l'amore verso l'Immacolata, e a chiamarli e condurli alla vera fede".

P. Kolbe, autentico apostolo di Maria, avrebbe voluto fondare altre " Città dell'Immacolata " in varie altre parti del mondo; ma nel 1936 dovette ritornare in Polonia per riprendere la guida di Niepokalanów, e per essere, secondo i disegni di Dio, testimone dell'amore di Cristo e di Maria di fronte al mondo nella terribile ora incombente.

Negli anni 1936-39 Niepokalanów raggiunse il massimo sviluppo della sua attività vocazionale ed editoriale. P. Kolbe, ricco delle nuove esperienze acquisite in Giappone, si dedica non solo a impartire una intensa formazione spirituale alle numerose vocazioni che continuamente affluiscono, ma anche a curare la efficiente organizzazione dell'apostolato stampa. Circa 800 frati, consacrati all'Immacolata sono intenti alla redazione, alla stampa e alla diffusione di libri, opuscoli e periodici tra i quali: " Il Cavaliere ", con tiratura di 750.000 e talvolta 1.000.000 di copie, e il "Piccolo Giornale", che raggiunge le 130.000 copie nei giorni feriali e 250.000 copie nei giorni festivi. Nel frattempo il P. Massimiliano ha l'opportunità di dedicarsi anche a completare l'organizzazione della M.I. ormai diffusa nel mondo; ricorre nel 1937 il Ventennale di fondazione e il P. Kolbe lo commemora a Roma, dove nel mese di febbraio getta le basi per la creazione di una " Direzione Generale M.I. ". Nel settembre del 1939 ha inizio la tragica serie delle prove di sangue che il P. Kolbe aveva in certo modo intravisto. Una folle ideologia antiumana e anticristiana spinge forze brutali a invadere la Polonia e perpetrare stragi e oppressioni inaudite; e la persecuzione si abbatte anche su Niepokalanów dove è rimasto solo un ridotto numero di frati. P. Massimiliano affronta la situazione con eroica fermezza e carità.

Egli accoglie nel convento profughi, feriti, deboli, affamati, scoraggiati, cristiani ed ebrei, ai quali offre ogni conforto spirituale e materiale. Il 19 di settembre la Polizia nazista procede alla deportazione del piccolo gruppo dei frati di Niepokalanów presso il campo di concentramento di Amtitz in Germania, dove il  P. Massimiliano animò i fratelli a trasformare la prigione in una missione di testimonianza. Poterono tutti rientrare liberi a Niepokalanów nel mese di dicembre, e riprendere un certo ritmo di attività nonostante le devastazioni subite dai vari reparti.

La nuova autorità amministrativa imposta dal nazismo conosce assai bene la potenza spirituale cristiana che Niepokalanów rappresenta ed esercita in Polonia contro ogni forma di ingiustizia e di errore; e conosce inoltre le ferme intenzioni che animano i frati cavalieri di Maria Immacolata, perché ha sentito direttamente dal P. Kolbe questa dichiarazione: " Siamo pronti a dare la vita per i nostri ideali ". La Gestapo però ricorrerà all'inganno per incriminare P. Massimiliano.

Arrestato il 17 febbraio 1941 P. Massimiliano fu rinchiuso nel carcere di Pawiak dove subì le prime torture dalle guardie naziste; e il 28 maggio fu trasferito al campo di concentramento di Oswiipcim, tristemente famoso. La presenza del P. Kolbe nei vari blocchi del campo della morte fu quella del sacerdote cattolico testimone della fede, pronto a dare la vita per gli altri, quella del religioso francescano testimone evangelico di carità e messaggero di pace e di bene per i fratelli, quella del cavaliere di Maria Immacolata che all'amore della Madre divina affida tutti gli uomini. Coinvolto nelle stesse sofferenze inflitte a tante vittime innocenti, egli prega e fa pregare, sopporta e perdona, illumina e fortifica nella fede, assolve peccatori e infonde speranza.

Era pronto al dono supremo cui aveva aspirato fin dagli anni giovanili dando alla sua carità questa dimensione evangelica: "Da te ipsum aliis = Amor"; lo compì con estremo slancio di amore quando liberamente si offrì a prendere il posto di un fratello prigioniero condannato insieme ad altri nove per ingiusta rappresaglia, a morire di fame. Nel bunker della morte il P. Massimiliano fece risuonare con la preghiera il canto della vita redenta che non muore, il canto dell'amore che è l'unica forza creatrice, il canto della vittoria promessa alla fede in Cristo.

Il 14 agosto 1941, vigilia della festa della Assunzione di Maria SS., la ferocia inumana e anticristiana stroncò la sua esistenza terrena con una iniezione di acido fenico. La Vergine Immacolata, che gli aveva offerto in vita la corona della santità lo attendeva in cielo per offrirgli quella della gloria.

La fama della vita santa e dell'eroica morte del P. Massimiliano Maria Kolbe si diffuse nel mondo, ovunque ammirata ed esaltata. Espletati dalla autorità della Chiesa i processi e gli esami canonici sulla eroicità delle virtù del Servo di Dio Massimiliano Maria e sui miracoli attribuiti alla sua intercessione, il Santo Padre Paolo VI lo proclamava Beato il 17 ottobre 1971.

Il 10 ottobre 1982 il Santo Padre Giovanni Paolo II lo proclama Santo e Martire.

Qui puoi leggere l'omelia di Papa Giovanni Paolo II nella messa della sua canonizzazione, il 10 ottobre 1982.


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David Donaghue (Inghilterra): Stavo per lasciare il seminario. Vedendo la testimonianza di Sr. Clare ho ricevuto una grande grazia e sono tornato in seminario. Con la grazia di Dio, sarò ordinato sacerdote il 20 luglio 2019.

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