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Giubileo Straordinario della Misericordia8 dicembre 2015 - 20 novembre 2016.

38ª settimana del Giubileo della Misericordia: 22 - 28 agosto 2016

Cristo sottolinea con tanta insistenza la necessità di perdonare gli altri che a Pietro, il quale gli aveva chiesto quante volte avrebbe dovuto perdonare il prossimo, indicò la cifra simbolica di «settanta volte sette», volendo dire con questo che avrebbe dovuto saper perdonare a ciascuno ed ogni volta. È ovvio che una cosi generosa esigenza di perdonare non annulla le oggettive esigenze della giustizia. La giustizia propriamente intesa costituisce per cosi dire lo scopo del perdono. In nessun passo del messaggio evangelico il perdono, e neanche la misericordia come sua fonte, significano indulgenza verso il male, verso lo scandalo, verso il torto o l'oltraggio arrecato. In ogni caso, la riparazione del male e dello scandalo, il risarcimento del torto, la soddisfazione dell'oltraggio sono condizione del perdono.

Cosi dunque, la fondamentale struttura della giustizia penetra sempre nel campo della misericordia. Questa però ha la forza di conferire alla giustizia un contenuto nuovo, che si esprime nel modo più semplice e pieno nel perdono. Esso infatti manifesta che, oltre al processo di «compensazione» e di «tregua», che è specifico della giustizia, è necessario l'amore, perché l'uomo si affermi come tale. L'adempimento delle condizioni della giustizia è indispensabile, soprattutto affinché l'amore possa rivelare il proprio volto. Nell'analizzare la parabola del figliol prodigo, abbiamo già richiamato l'attenzione sul fatto che colui che perdona e colui che viene perdonato si incontrano in un punto essenziale, che è la dignità ossia l'essenziale valore dell'uomo, che non può andar perduto e la cui affermazione o il cui ritrovamento è fonte della più grande gioia.


"Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!" (Mc 10, 47).

Questo è un proposito che il Santo Padre Giovanni XXIII annotò nel suo diario e che questa settimana vogliamo fare nostro: "Farò almeno una cosa che non mi piace fare, e se i miei sentimenti si ribellano, starò attento che nessuno se ne accorga".

Per tutti i vescovi, affinché il Signore gli dia un cuore simile a quello di Cristo, Buon Pastore.


E giunsero a Gerico. Mentre partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: "Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!". Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: "Figlio di Davide, abbi pietà di me!". Gesù si fermò e disse: "Chiamatelo!". Chiamarono il cieco, dicendogli: "Coraggio! Àlzati, ti chiama!". Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: "Che cosa vuoi che io faccia per te?". E il cieco gli rispose: "Rabbunì, che io veda di nuovo!". E Gesù gli disse: "Va', la tua fede ti ha salvato". E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

Mentre il nostro Creatore si avvicina a Gerico, il cieco riacquista la luce; parallelamente, mentre la Divinità assume la debolezza della nostra natura, il genere umano riacquista la luce che aveva perduto. Da dove, infatti, Dio accetta sofferenze umane, proprio di lì l'uomo è elevato alla vita divina.

Quel cieco significativamente è descritto seduto ai margini della via e mendico. Dice infatti la stessa Verità: Io sono la via. Chi dunque non conosce lo splendore della luce eterna è cieco, ma se già ha fede nel Redentore, siede lungo la via; se, però, trascura di chiedere e cessa di rivolgere suppliche per avere la luce eterna, è un cieco seduto lungo la via, senza però mendicare. Se invece ha fede, riconosce la cecità del suo cuore e supplica per ottenere la luce della verità, allora siede lungo la via e in atteggiamento di mendicante.

Chiunque riconosce le tenebre della propria cecità e ammette di essere privo della luce eterna, esclami dall'intimo del cuore e con la voce della mente: Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me.

Quelli che precedono Gesù in cammino (e sgridano il cieco) simboleggiano la massa dei desideri egoisti e il tumulto dei vizi. Essi, prima che Gesù giunga al nostro cuore, disperdono con la tentazione i nostri pensieri e turbano le voci del cuore nella preghiera.

Spesso, infatti, quando decidiamo di tornare a Dio dopo i peccati compiuti e tentiamo di sgretolare con la preghiera i vizi ormai contratti, ritornano alla mente i fantasmi delle colpe commesse; respingono gli sforzi della nostra mente, sconvolgono l'animo e soffocano gli accenti della nostra preghiera.

Quelli che precedevano il cieco, lo sgridavano, dunque, perché tacesse. Prima, infatti, che Gesù venga nel nostro cuore, le colpe commesse, scagliandosi con i loro fantasmi contro la nostra mente, ci sconvolgono nella stessa nostra preghiera.

Vediamo come si è comportato, di fronte a questi fatti, il cieco che doveva essere guarito. Eccolo che continua ancora più forte: Figlio di Davide, abbi pietà di me! Nonostante la folla lo rimproveri perché taccia, egli supplica con accenti di sempre maggiore intensità. Noi pure, quanto più siamo assaliti dal tremendo turbine di seducenti pensieri, dobbiamo insistere nella preghiera con ardore sempre più grande.

Spesso dobbiamo affrontare proprio nella preghiera i fantasmi delle colpe commesse. Ma è assolutamente necessario che la voce del nostro cuore, quanto più duramente repressa, con tanta maggior forza insista per fronteggiare il tumulto dei pensieri malvagi; essa deve prefiggersi di giungere all'ascolto misericordioso del Signore grazie alla forza dell'insistenza.

Ognuno, come credo, sente compiersi in sé ciò di cui parliamo, perché quando invertiamo gli affetti da questo mondo a Dio e ci diamo alla pratica dell'orazione, ciò che prima compivamo con gioia va sopportato poi come inopportuno e molesto nella preghiera. A stento il ricordo riesce ad essere allontanato dagli occhi del cuore a opera dei santi desideri, e i fantasmi vengono rimossi a fatica attraverso i gemiti della penitenza.

Quando però insistiamo con fervore nella nostra preghiera, riusciamo a fermare nella mente Gesù che passa. E se perduriamo con forza a pregare, Gesù sosta per infondere luce. Dio prende dimora nel cuore e noi ritroviamo la luce perduta.

Facciamo attenzione alla domanda che Gesù rivolge al cieco: Che vuoi che io faccia per te? Forse ignorava ciò che voleva il cieco chi aveva il potere di ridonare la vista? Vuole, però, che sia domandato ciò che già prevede da noi richiesto e da lui elargito. Con grande insistenza egli ci esorta infatti all'orazione e tuttavia afferma: Il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate. Per questo esige che si chieda, perché il cuore diventi fervido nella preghiera.

Certo il cieco non chiede oro al Signore, ma la luce. Anche noi non chiederemo al Signore ingannevoli ricchezze, doni terreni, effimeri onori, ma la luce; e non quella imprigionata in uno spazio, sopraffatta dal tempo, soggetta a mutare per l'interruzione delle notti e di cui fruiamo come gli animali. Cerchiamo la luce che possiamo contemplare solo con gli angeli, di cui non è tracciato l'inizio e nulla costringe a finire.

La fede è la via per giungervi; per questo, al cieco che doveva essere guidato giustamente viene detto: Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato.


catalina genovaQuesta settimana ci affidiamo a santa Catarina da Genova.

A continuazione riportiamo il profilo biografico dato da Papa Benedetto XVI in una Audienza Generale, il 12 gennaio 2011.

Caterina nacque a Genova, nel 1447; ultima di cinque figli, rimase orfana del padre, Giacomo Fieschi, quando era in tenera età. La madre, Francesca di Negro, impartì una valida educazione cristiana, tanto che la maggiore delle due figlie divenne religiosa. A sedici anni, Caterina venne data in moglie a Giuliano Adorno, un uomo che, dopo varie esperienze commerciali e militari in Medio Oriente, era rientrato a Genova per sposarsi. La vita matrimoniale non fu facile, anche per il carattere del marito, dedito al gioco d’azzardo. Caterina stessa fu indotta inizialmente a condurre un tipo di vita mondana, nella quale, però, non riuscì a trovare serenità. Dopo dieci anni, nel suo cuore c’era un senso profondo di vuoto e di amarezza.

La conversione iniziò il 20 marzo 1473, grazie ad una singolare esperienza. Recatasi alla chiesa di san Benedetto e nel monastero di Nostra Signora delle Grazie, per confessarsi, e inginocchiatasi davanti al sacerdote, “ricevette - come ella stessa scrive - una ferita al cuore, d’un immenso amor de Dio”, con una visione così chiara delle sue miserie e dei suoi difetti e, allo stesso tempo, della bontà di Dio, che quasi ne svenne. Fu toccata nel cuore da questa conoscenza di se stessa, della vita vuota che conduceva e della bontà di Dio. Da questa esperienza nacque la decisione che orientò tutta la sua vita, espressa nelle parole: “Non più mondo, non più peccati” (cfr Vita mirabile, 3rv). Caterina allora fuggì, lasciando in sospeso la Confessione. Ritornata a casa, entrò nella camera più nascosta e pianse a lungo. In quel momento fu istruita interiormente sulla preghiera ed ebbe coscienza dell’immenso amore di Dio verso di lei peccatrice, un’esperienza spirituale che non riusciva ad esprimere a parole (cfr Vita mirabile, 4r). E’ in questa occasione che le apparve Gesù sofferente, carico della croce, come spesso è rappresentato nell’iconografia della Santa. Pochi giorni dopo, tornò dal sacerdote per compiere finalmente una buona Confessione. Iniziò qui quella “vita di purificazione” che, per lungo tempo, le fece provare un costante dolore per i peccati commessi e la spinse ad imporsi penitenze e sacrifici per mostrare a Dio il suo amore.

In questo cammino, Caterina si andava avvicinando sempre di più al Signore, fino ad entrare in quella che viene chiamata “vita unitiva”, un rapporto, cioè, di unione profonda con Dio. Nella Vita è scritto che la sua anima era guidata e ammaestrata interiormente dal solo dolce amore di Dio, che le dava tutto ciò di cui aveva bisogno. Caterina si abbandonò in modo così totale nelle mani del Signore da vivere, per circa venticinque anni - come ella scrive - “senza mezzo di alcuna creatura, dal solo Dio instrutta et governata” (Vita, 117r-118r), nutrita soprattutto dalla preghiera costante e dalla Santa Comunione ricevuta ogni giorno, cosa non comune al suo tempo. Solo molti anni più tardi il Signore le diede un sacerdote che avesse cura della sua anima.

Caterina rimase sempre restia a confidare e manifestare la sua esperienza di comunione mistica con Dio, soprattutto per la profonda umiltà che provava di fronte alle grazie del Signore. Solo la prospettiva di dar gloria a Lui e di poter giovare al cammino spirituale di altri la spinse a narrare ciò che avveniva in lei, a partire dal momento della sua conversione, che è la sua esperienza originaria e fondamentale. Il luogo della sua ascesa alle vette mistiche fu l’ospedale di Pammatone, il più grande complesso ospedaliero genovese, del quale ella fu direttrice e animatrice. Quindi Caterina vive un’esistenza totalmente attiva, nonostante questa profondità della sua vita interiore. A Pammatone si venne formando attorno a lei un gruppo di seguaci, discepoli e collaboratori, affascinati dalla sua vita di fede e dalla sua carità. Lo stesso marito, Giuliano Adorno, ne fu conquistato tanto da lasciare la sua vita dissipata, diventare terziario francescano e trasferirsi nell’ospedale per dare il suo aiuto alla moglie. L’impegno di Caterina nella cura dei malati si svolse fino al termine del suo cammino terreno, il 15 settembre 1510. Dalla conversione alla morte non vi furono eventi straordinari, ma due elementi caratterizzarono l’intera sua esistenza: da una parte l’esperienza mistica, cioè, la profonda unione con Dio, sentita come un’unione sponsale, e, dall’altra, l’assistenza ai malati, l’organizzazione dell’ospedale, il servizio al prossimo, specialmente i più bisognosi e abbandonati. Questi due poli – Dio e il prossimo – riempirono totalmente la sua vita, trascorsa praticamente all’interno delle mura dell’ospedale.

Cari amici, non dobbiamo mai dimenticare che quanto più amiamo Dio e siamo costanti nella preghiera, tanto più riusciremo ad amare veramente chi ci sta intorno, chi ci sta vicino, perché saremo capaci di vedere in ogni persona il volto del Signore, che ama senza limiti e distinzioni. La mistica non crea distanza dall’altro, non crea una vita astratta, ma piuttosto avvicina all’altro, perché si inizia a vedere e ad agire con gli occhi, con il cuore di Dio.

Il pensiero di Caterina sul purgatorio, per il quale è particolarmente conosciuta, è condensato nelle ultime due parti del libro citato all’inizio: il Trattato sul purgatorio e il Dialogo tra l’anima e il corpo. E’ importante notare che Caterina, nella sua esperienza mistica, non ha mai rivelazioni specifiche sul purgatorio o sulle anime che vi si stanno purificando. Tuttavia, negli scritti ispirati dalla nostra Santa è un elemento centrale e il modo di descriverlo ha caratteristiche originali rispetto alla sua epoca. Il primo tratto originale riguarda il “luogo” della purificazione delle anime. Nel suo tempo lo si raffigurava principalmente con il ricorso ad immagini legate allo spazio: si pensava a un certo spazio, dove si troverebbe il purgatorio. In Caterina, invece, il purgatorio non è presentato come un elemento del paesaggio delle viscere della terra: è un fuoco non esteriore, ma interiore. Questo è il purgatorio, un fuoco interiore. La Santa parla del cammino di purificazione dell’anima verso la comunione piena con Dio, partendo dalla propria esperienza di profondo dolore per i peccati commessi, in confronto all’infinito amore di Dio (cfr Vita mirabile, 171v). Abbiamo sentito del momento della conversione, dove Caterina sente improvvisamente la bontà di Dio, la distanza infinita della propria vita da questa bontà e un fuoco bruciante all’interno di se stessa. E questo è il fuoco che purifica, è il fuoco interiore del purgatorio. Anche qui c’è un tratto originale rispetto al pensiero del tempo. Non si parte, infatti, dall’aldilà per raccontare i tormenti del purgatorio - come era in uso a quel tempo e forse ancora oggi - e poi indicare la via per la purificazione o la conversione, ma la nostra Santa parte dall’esperienza propria interiore della sua vita in cammino verso l’eternità. L’anima - dice Caterina - si presenta a Dio ancora legata ai desideri e alla pena che derivano dal peccato, e questo le rende impossibile godere della visione beatifica di Dio. Caterina afferma che Dio è così puro e santo che l’anima con le macchie del peccato non può trovarsi in presenza della divina maestà (cfr Vita mirabile, 177r). E anche noi sentiamo quanto siamo distanti, quanto siamo pieni di tante cose, così da non poter vedere Dio. L’anima è consapevole dell’immenso amore e della perfetta giustizia di Dio e, di conseguenza, soffre per non aver risposto in modo corretto e perfetto a tale amore, e proprio l’amore stesso a Dio diventa fiamma, l’amore stesso la purifica dalle sue scorie di peccato.

In Caterina si scorge la presenza di fonti teologiche e mistiche a cui era normale attingere nella sua epoca. In particolare si trova un’immagine tipica di Dionigi l’Areopagita, quella, cioè, del filo d’oro che collega il cuore umano con Dio stesso. Quando Dio ha purificato l’uomo, egli lo lega con un sottilissimo filo d’oro, che è il suo amore, e lo attira a sé con un affetto così forte, che l’uomo rimane come “superato e vinto e tutto fuor di sé”. Così il cuore dell’uomo viene invaso dall’amore di Dio, che diventa l’unica guida, l’unico motore della sua esistenza (cfr Vita mirabile, 246rv). Questa situazione di elevazione verso Dio e di abbandono alla sua volontà, espressa nell’immagine del filo, viene utilizzata da Caterina per esprimere l’azione della luce divina sulle anime del purgatorio, luce che le purifica e le solleva verso gli splendori dei raggi fulgenti di Dio (cfr Vita mirabile, 179r).

Cari amici, i Santi, nella loro esperienza di unione con Dio, raggiungono un “sapere” così profondo dei misteri divini, nel quale amore e conoscenza si compenetrano, da essere di aiuto agli stessi teologi nel loro impegno di studio, di intelligentia fidei, di intelligentia dei misteri della fede, di approfondimento reale dei misteri, per esempio di che cosa è il purgatorio.

Con la sua vita, santa Caterina ci insegna che quanto più amiamo Dio ed entriamo in intimità con Lui nella preghiera, tanto più Egli si fa conoscere e accende il nostro cuore con il suo amore. Scrivendo sul purgatorio, la Santa ci ricorda una verità fondamentale della fede che diventa per noi invito a pregare per i defunti affinché possano giungere alla visione beata di Dio nella comunione dei santi (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 1032). Il servizio umile, fedele e generoso, che la Santa prestò per tutta la sua vita nell’ospedale di Pammatone, poi, è un luminoso esempio di carità per tutti e un incoraggiamento specialmente per le donne che danno un contributo fondamentale alla società e alla Chiesa con la loro preziosa opera, arricchita dalla loro sensibilità e dall’attenzione verso i più poveri e i più bisognosi. Grazie.


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