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Giubileo Straordinario della Misericordia8 dicembre 2015 - 20 novembre 2016.

42ª settimana del Giubileo della Misericordia: 19 - 25 settembre 2016

Nel nome di Gesù Cristo crocifisso e risorto, nello spirito della sua missione messianica che continua nella storia dell'umanità, eleviamo la nostra voce e supplichiamo perché, in questa tappa della storia, si riveli ancora una volta quell'amore che è nel Padre, e per opera del Figlio e dello Spirito Santo si dimostri presente nel mondo contemporaneo e più potente del male: più potente del peccato e della morte. Supplichiamo per intercessione di Colei che non cessa di proclamare «la misericordia di generazione in generazione», ed anche di coloro per i quali si sono compiutamente realizzate le parole del discorso della montagna: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia».

Nel continuare il grande compito di attuare il Concilio Vaticano II, in cui giustamente possiamo vedere una nuova fase dell'autorealizzazione della Chiesa - su misura dell'epoca in cui ci tocca di vivere -, la Chiesa stessa deve essere costantemente guidata dalla piena coscienza che in quest'opera non le è lecito, a nessun patto, di ripiegarsi su se stessa. La ragione del suo essere è infatti quella di rivelare Dio, cioè quel Padre che ci consente di essere «visto» nel Cristo. Per quanto forte possa essere la resistenza della storia umana, per quanto marcata l'eterogeneità della civiltà contemporanea, per quanto grande la negazione di Dio nel mondo umano, tuttavia tanto più grande deve essere la vicinanza a quel mistero che, nascosto da secoli in Dio, è poi stato realmente partecipato nel tempo all'uomo mediante Gesù Cristo.

Con la mia apostolica benedizione.


"Signore dammi anime e toglimi tutto il resto" (San Giovanni Bosco).

Dedicare un po’ del nostro tempo a qualche servizio di volontariato in parrocchia e fare lo sforzo di parlare con le persone al nostro intorno della fede, per cercare di avvicinarli al Signore.

Dal 23 al 25 settembre si celebrerà il Giubileo dei catechisti. Perciò, questa settimana pregheremo in modo particolare per tutti i catechisti che si dedicano a questo prezioso servizio alla Chiesa e a tutti gli uomini. 


Un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dirgli: "Signore, ecco, colui che tu ami è malato".

All'udire questo, Gesù disse: "Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato". Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: "Andiamo di nuovo in Giudea!". I discepoli gli dissero: "Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?". Gesù rispose: "Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui".

Disse queste cose e poi soggiunse loro: "Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo". Gli dissero allora i discepoli: "Signore, se si è addormentato, si salverà". Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: "Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!". Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: "Andiamo anche noi a morire con lui!".

Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: "Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà". Gesù le disse: "Tuo fratello risorgerà". Gli rispose Marta: "So che risorgerà nella risurrezione dell'ultimo giorno". Gesù le disse: "Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?". Gli rispose: "Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo".

Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: "Il Maestro è qui e ti chiama". Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.

Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: "Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!". Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: "Dove lo avete posto?". Gli dissero: "Signore, vieni a vedere!". Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: "Guarda come lo amava!". Ma alcuni di loro dissero: "Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?".

Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: "Togliete la pietra!". Gli rispose Marta, la sorella del morto: "Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni". Le disse Gesù: "Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?". Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: "Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato". Detto questo, gridò a gran voce: "Lazzaro, vieni fuori!". Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: "Liberàtelo e lasciàtelo andare".

Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui. 

Il Signore aveva risuscitato la figlia di Giairo, ma quando il cadavere era ancora caldo, quando la morte era solo alla metà della sua opera (Mt 9,18s)... Ha risuscitato anche il figlio unico di una madre, ma fermandone la bara prima che arrivasse alla tomba..., prima che quel defunto entrasse del tutto nella legge della morte (Lc 7,11s). Invece tutto ciò che accade per Lazzaro è unico...: Lazzaro, in cui tutto il potere della morte si è compiuto ed in cui risplende egualmente l'immagine completa della risurrezione... Infatti Cristo è tornato il terzo giorno come Signore; Lazzaro, come servo, è stato richiamato alla vita il quarto giorno...

Il Signore diceva e ripeteva ai suoi discepoli: «Ecco, noi stiamo salendo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi, che lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché sia schernito e flagellato e crocifisso» (Mt 20,18s). E dicendo ciò, li vedeva diventare incerti, tristi, sconsolati. Sapeva che occorreva che fossero schiacciati dal peso della Passione, fino a che niente restasse in essi della vita, niente della fede, niente della luce, ma che al contrario il loro cuore fosse oscurato dalla notte quasi totale della perdita di fede. Perciò fece durare fino a quattro giorni la morte di Lazzaro... Ecco perché, il Signore dice ai discepoli: «Lazzaro è morto, e io sono contento per voi di non essere stato là» (v.15) – «perché voi crediate». La morte di Lazzaro era dunque necessaria, affinché risorgesse dalla tomba con Lazzaro anche la fede dei discepoli.

«Perché tu non c'eri». Ma c'era un posto in cui Cristo non c'era? ... Fratelli, Cristo Dio era lì, ma Cristo uomo non c'era. Cristo Dio era lì quando Lazzaro moriva, ma allora Cristo stava per avvicinarsi al morto, poiché Cristo Signore stava per entrare nella morte: «E' nella morte, nella tomba, negli inferi, è lì che devo vincere il potere della morte, io con la mia morte». 


ossoQuesta settimana ci affidiamo a Sant'Enrico de Ossò.

Sant’Enrico de Ossò nacque il 16 ottobre 1840 a Vinebre, Tarragona (Spagna). Era l’ultimo dei tre figli di Jaime e Micaela. I suoi genitori erano buoni cristiani, lo educarono nella fede e nella pietà. Micaela desiderava che il suo figlio minore arrivasse ad essere sacerdote e lo disse a Enrico. Egli, tuttavia, era convinto della sua vocazione di maestro. L’idea che suo padre si era fatta di lui era invece molto diversa, poiché desiderava che lavorasse nel mondo del commercio.

Quando Enrico aveva 12 anni, suo padre lo mandò da suo zio Juan, che aveva un negozio di tessuti a Saragozza, affinché imparasse il mestiere. Nei mesi che trascorse con lui, il ragazzo imparò bene le destrezze del commercio della tela e acquistò grande familiarità con i conti e le fatture. Stando lì, Enrico si ammalò di febbri che lo portarono sul punto di morte. Suo zio, molto preoccupato per la salute del ragazzo, lo affidò a Nostra Signora del Pilar e chiese che gli fossero amministrati gli ultimi sacramenti, e ricevette la sua Prima Comunione come viatico. La Santissima Vergine Maria non si fece attendere, ed Enrico recuperò subito la salute. Malgrado il suo miglioramento considerevole, suo zio decise di rimandarlo a casa dei suoi genitori.

Suo padre decise allora di mandarlo a Reus (Tarragona), affinché iniziasse a lavorare come dipendente di un importante emporio di tessuti. Durante la sua permanenza a Reus ricevette la notizia che sua madre aveva contratto il colera ed era agonizzante. Enrico si presentò subito a Vinebre e arrivò in tempo per dire addio a sua madre. La madre moribonda di nuovo gli confidò il suo più grande desiderio, che fosse sacerdote. Il 15 settembre morì, quando Enrico aveva 14 anni.

Dopo la morte di sua madre, Enrico tornò a Reus, ma non era più lo stesso. La morte di sua madre lo aveva commosso profondamente e in lui iniziava a maturare un anelito di solitudine e di donazione a Dio. Si diede alla preghiera e alla lettura delle opere di Santa Teresa di Gesù. Il Signore però gli chiese un’altra cosa…

Poco dopo scrisse una lettera a suo padre nella quale manifestava la sua decisione di andarsene e di lasciare tutto, chiedendogli che distribuisse i suoi beni ai poveri. “[…] La mia assenza Le provocherà tristezza, padre; ma è la gloria di Dio ciò che mi motiva. Il Suo dolore si trasformerà in gioia se ricorda che presto ci ritroveremo in Cielo […]  Me ne vado; non temete per me; Dio sarà il mio protettore e il mio difensore. La gloria e il servizio del mio Eterno Padre hanno motivato la mia assenza; addio”.

Enrico non gli disse dove andava. Il suo desiderio era essere eremita e si diresse, senza denaro né altri beni materiali, al Monastero Benedettino di Montserrat, a Barcellona, per offrirsi a Maria. Lungo la strada incontrò un bambino che mendicava e, siccome non aveva nulla da dargli, scambiò i suoi vestiti con lui. Così arrivò a Montserrat con i poveri cenci del mendicante.

La famiglia dopo pochi giorni ricevette la sua lettera e si mise a cercarlo. Tra le sue cose trovarono vari opuscoli su Montserrat; poiché conoscevano la sua predilezione per questo santuario, ciò fece loro sospettare che quella potesse essere la sua dimora. Suo fratello Jaime si diresse lì e lo cercò disperatamente. Alla fine trovò un povero mendicante che pregava davanti all’altare. In un movimento del ragazzo riconobbe che era suo fratello. Jaime cercò di convincere Enrico affinché tornasse a casa, ma questi si rifiutava perché riteneva che la volontà del Signore su di lui fosse molto diversa da quella di suo padre. Jaime comprese allora che quella scelta veniva da Dio. Lo pregò di tornare a casa, impegnandosi ad aiutarlo affinché potesse seguire la sua vocazione.

Nel 1854 iniziò i suoi studi nel seminario di Tortosa. Il giovane seminarista si distingueva per le sue virtù: una grande pietà, dedito e amabile con tutti, responsabile negli studi, disciplinato, con un grande zelo apostolico… In quel periodo si tuffò completamente negli scritti di Santa Teresa di Gesù, grande ispiratrice della sua vita spirituale e apostolica, che chiamava con affetto “la ladra di cuori”. Durante l’anno, oltre a dedicarsi agli studi come compito principale, seppe trovare il tempo per l’apostolato e per la carità verso gli ammalati. Durante le vacanze, si ritirò nel “Deserto delle Palme”, a Castellón, cercando il silenzio e la preghiera.

Il 6 ottobre 1867 fu ordinato sacerdote a Tortosa e volle celebrare la sua prima Messa nel Santuario di Montserrat, il giorno successivo, festa di Nostra Signora del Rosario.

Come sacerdote, si fece in quattro per la formazione dei bambini e dei giovani, che vedeva crescere in un mondo sempre meno cristiano, per cui lo preoccupava la salvezza delle loro anime. Conciliava i suoi compiti pastorali con l’insegnamento, dando lezioni di matematica e di fisica nel seminario di Tortosa.  

Il suo instancabile zelo apostolico lo portò a scrivere numerosi opuscoli formativi nei suoi primi anni di sacerdozio. Per lui la formazione dei giovani e la catechesi erano essenziali. Per questo organizzò una scuola di catechisti in molte chiese di Tortosa e scrisse una “Guida pratica per i catechisti”, il suo primo libro. Lanciò pure due riviste: “L’amico del popolo” e “Santa Teresa di Gesù”, nelle quali trasmetteva gli insegnamenti del Santo Padre, insegnava l’arte della preghiera, esponeva la dottrina cattolica e propagava l’amore verso Santa Teresa. Nel 1874 pubblicò “Il quarto d’ora d’orazione”, libro di meditazioni che raggiunse una grandissima diffusione. Fondò varie associazioni e congregazioni mariane, con lo scopo di familiarizzare i giovani con la preghiera e insegnare loro ad essere apostoli nei loro ambienti.

Il Signore lo ispirò a fare una fondazione più grande. Aveva già fatto molto per i giovani, ma aveva bisogno di donne che si consacrassero totalmente a questo lavoro di formazione. Per questo, nell’anno 1876, fondò a Tarragona la “Compagnia di Santa Teresa di Gesù”, una congregazione religiosa femminile, con 8 maestre. Il suo desiderio era che queste donne avessero lo scopo di “diffondere il regno della conoscenza e dell’amore verso Gesù Cristo in tutto il mondo, attraverso l’apostolato della preghiera, dell’insegnamento e del sacrificio”.


A partire dalla fondazione della Compagnia, Sant’Enrico si dedicò con cura alla formazione delle suore, che incoraggiava nella loro vita spirituale, contagiandole con il suo zelo e il suo entusiasmo. Già durante la vita del Fondatore, poterono vedere come l’opera si diffondeva in Spagna e arrivava pure in altri paesi: Portogallo, Uruguay e Messico.

Sant’Enrico de Ossò fu un apostolo instancabile di Gesù. Il suo segreto era, senza dubbio, l’intimità con Lui, che lo fece essere un altro Cristo: “Per conformarsi alla vita di Gesù Cristo è necessario, soprattutto, studiarla, meditarla non solo nel suo aspetto esteriore, bensì penetrando nei sentimenti, desideri, affetti e intenzioni di Gesù Cristo, per fare tutto in perfetta unione con Lui… Chi agisce così si trasformerà in Gesù e potrà dire con l’Apostolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me»”.

Nel gennaio del 1896, Sant’Enrico si volle ritirare alcuni giorni nel convento francescano “Sancti Spiritu”, a Gilet (Valenza) per fare gli esercizi spirituali e dedicare del tempo a leggere e scrivere. La notte del 27 cadde svenuto. Gli aiuti furono vani, visto che il suo cuore era già estenuato. In poche ore morì. Si era consumato fino all’ultimo minuto. Coloro che lo avevano conosciuto sapevano che si trattava della morte di un santo. Fu sepolto lì e trasferito poi al noviziato della Compagnia, a Tortosa. Chiese che sul suo epitaffio comparissero queste parole: “Sono figlio della Chiesa”.

Nel 1923, per intercessione del Santo furono guariti miracolosamente due fratelli della Compagnia. In questo si vide un segno per iniziare il processo della sua causa di beatificazione. Il 15 maggio 1976, Papa Paolo VI diede la sua approvazione alla pubblicazione del Decreto sull’eroicità delle virtù di Enrico de Ossò. Il 14 ottobre 1979, Giovanni Paolo II dichiarò Beato Enrico de Ossò. Il 16 giugno 1993, lo stesso Pontefice lo canonizzò a Madrid, durante uno dei suoi viaggi apostolici in Spagna. Il Santo Padre volle mettere in risalto queste parole del Santo durante la sua omelia: “Pensare, sentire, amare come Cristo Gesù; lavorare, convertire e parlare come Lui; conformare, in una parola, tutta la nostra vita su quella di Cristo; rivestirci di Cristo Gesù è la nostra occupazione essenziale”.

Per leggere di più su questo santo, visita la nostra pagina web: www.focolaredellamadre.org


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Suor Virginio Mwasu (Tanzania): Spero che, dopo aver visto questo documentario, possa iniziare ad essere una persona diversa.

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